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Qualche anno fa sono incappata in un blog a dir poco illuminante (www.tragicomico.it), dove ho trovato conferma di molti miei pensieri  e visioni del mondo. All’epoca cercavo conferme di certe mie idee che non riuscivano a trovare piglio tra i miei amici (troppo impegnati a perseguire dialettiche, per me, donna d’azione, inutili, e slegati dal contesto di un vivere in equilibrio e armonia), né tra gli innumerevoli blog esistenti sul web, al punto di sentirmi una vera pecora bianca in un mare di pecore nere (sì! avete letto bene! Ora scatenate pure la fantasia su cosa vorrò mai dire con tutto questo!). Ciò che ha fatto aizzare le mie insistenti ricerche, all’epoca, fu una diatriba sorta con alcuni colleghi, sul senso del tempo e sull’applicazione che noi, uomini e donne comuni, siamo soliti fare nel nostro vivere quotidiano. Ero dell’idea che tutti i mali attribuibili all’uomo, come l’ansia, l’inquietudine e lo stress, fossero una forma di ribellione sull’ incapacità di adattamento a tutti i ritmi del naturale scorrere di questa dimensione; praticamente il tempo personale di ognuno, unico e individuale, non trova alcun combaciamento con quello naturale. Inoltre, abbiamo una reale difficoltà ad accettare  il fatto che il tempo è limitato. Più che accettare, abbiamo difficoltà a prenderne consapevolezza e questo ci impedisce di scegliere, secondo il nostro modo di essere,  tra le infinite occasioni che abbiamo davanti, portandoci, inevitabilmente, al collasso nel nostro progredire.

Parecchie similitudini le ho trovate leggendo questo blog e, a un certo punto, ho voluto conoscere chi stesse davvero dietro a tutte quelle riflessioni sulla procrastinazione e la schiavitù dell’individuo, in relazione al tempo. L’occasione mi fu data da un libro, legato strettamente al blog stesso, “Schiavi del Tempo“, dal quale ebbi a conoscere l’autore, Ivan Petruzzi (medesimo titolare del blog www.tragicocomico.it).

Ivan, in questo libro, non ha fatto altro che illustrare, esaustivamente ed in modo, aggiungerei, eccellente, come la folle corsa dell’uomo moderno nella società di oggi sia pagata cara con il prosciugamento della sua salute e del suo tempo libero.

Vi chiederete cosa c’entra tutto questo con il nostro essere mixed. Ebbene! Prima di indossare l’abito mixed, siamo delle persone e, come tali, come tutti gli individui di questo pianeta di tutte le fattezze, colori e sfumature, siamo assoggettati all’ignota legge sulla disponibilità di tempo. Penso che abbiamo il dovere di uscire un pochino dall’ossessione di trovare la nostra dimensione in mezzo agli altri e la nostra identità, e concentrarci, invece, ad una ricerca ed a una introflessione più profonda. Non sto dicendo che la ricerca della nostra identità non sia importante, anzi. Dico semplicemente che prima di fare questo, dovremmo cercare di prendere “un nostro tempo individuale” per resettare tutti i pregiudizi su cui siamo stati tarati, per prendere spunti, allargare i nostri orizzonti, abbandonare l’irrequietezza impulsiva della competizione e trovare una sorta di “perfetta” armonia ed equilibrio. E, come dice Ivan, “chi rallenta trova la sua essenza: l’allontanamento dal mondo conosciuto è un passaggio obbligato di ogni viaggio dell’Eroe“.

Quel “nostro tempo individuale“, secondo Ivan, è dato dall’ozio momentaneo: “L’ozio – dice – è il luogo privilegiato dove prendono forma i pensieri più alti; è la cura per riscoprire la virtù dimenticata della pazienza; oziare è vivere il tempo libero mollando gli ormeggi; è moltiplicare il tempo”

Io vorrei aggiungere che per fluttuare armoniosamente nel tempo, dobbiamo imparare a conoscerci e per farlo, dobbiamo prendercelo questo tempo.

Ma…. sorpresa delle sorprese, eccolo qui, il buon Ivan e ne approfitto per approfondire alcune riflessioni insieme.

ENJOY!!!

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Ciao Ivan. Grazie per avermi dedicato un po’ del tuo preziosissimo tempo. Ti va di raccontarci, brevemente, chi sei?

Ciao Luisa, piacere mio. Sono una persona normale, proprio come te. Una persona che sette anni fa ha avuto il coraggio, o forse solo il privilegio, di aprire un blog e di vederlo crescere pian piano, fino a diventare nel suo piccolo un riferimento per alcune migliaia di persone stanche del conformismo dilagante. Il coraggio, o forse solo il privilegio, di poter sempre scrivere quello che voleva, come lo voleva, senza filtri e senza padroni, né leggi di marketing cui sottostare, per conservare l’impareggiabile libertà di pensiero che da sempre mi contraddistingue come blogger. Da questi presupposti è nato “Schiavi del Tempo”.

 

Già, da qualche anno, ti seguo, con molto entusiasmo, sul Blog “Tragicomico.it” e non potevo che leggere il tuo libro tutto d’un fiato. Sei molto giovane ed un libro così è decisamente pieno di saggezza e comprensione per un mondo ormai alla deriva. Cosa ti ha spinto a buttare giù queste riflessioni così incisive, e prima ancora ad aprire un blog?

Non mi ritengo un saggio, però ci terrei a mettere un appunto al riguardo di un luogo comune. La saggezza non sempre va di pari passo con l’età anagrafica, piuttosto direi che aumenta con l’aumentare dell’intensità di vita. Una vita intensa, vissuta pienamente, trasmette molti più insegnamenti di una vita trascorsa comodamente seduti in un ufficio fino alla pensione. Mi viene in mente una citazione di Seneca: “La lunghezza della vita non si misura dai capelli bianchi o dalle rughe: non è un vivere questo, è solo un esistere a lungo”. Ecco, quello che mi spinge a scrivere è il mio amore per la vita, per la vita vissuta, coltivata, quell’amore che dovrebbe essere il carburante di ogni cuore pulsante. Quindi cerco, nel mio piccolo, di offrire una bussola a tutti quei viandanti che, per una ragione o per un’altra, hanno smarrito il proprio sentiero di vita e di crescita personale.

 

Dentro questo libro ho trovato molto di Schopenhauer, filosofo che ha segnato momenti molto importanti del mio percorso in questa dimensione. C’è una parola, particolarmente a me cara, filo conduttore di tutti i miei progetti (anche del mio blog!) ed è la “consapevolezza”. Che rapporto hai con questo concetto?

 

La consapevolezza è un aspetto fondamentale della mia vita. Senza consapevolezza non può esserci alcuna crescita personale. Senza consapevolezza non puoi governare una cosa che non vedi, della quale non sei consapevole. Parlando del tempo, se non sei consapevole di questo bene così prezioso e di quanto ne sprechiamo, allora difficilmente potrai attuare dei cambiamenti in tal senso, per riprendere in mano le redini del tuo tempo, della tua vita.

 

Cosa pensi dell’attivismo in voga oggi? È davvero uno strumento che può portare al cambiamento? Ed una volta ottenuto il cambiamento, è davvero un bene per tutti? Chi decide cosa sia il giusto?

 

Sono un amante dell’azione, più che del pensiero in sé. Trovo che l’attivismo sia una risorsa preziosa nella nostra società dormiente, a patto, però, che non si tratti di un attivismo indotto, teleguidato. Ognuno di noi deve essere un attivista, deve portare delle azioni concrete con lo scopo di migliorare la sua vita, quella dell’ambiente circostante e dei suoi simili. Quindi credo che il faro dell’attivismo debba essere l’etica, che Kant descrive così: “L’Etica non è esattamente la dottrina che ci insegna come essere felici, ma quella che ci insegna come possiamo fare per renderci degni della felicità”. Ciò che intende dire il precursore della filosofia idealistica è che attraverso l’etica, ossia il vivere secondo profondi principi etici e in perfetta comunione con la propria coscienza, ci si predispone verso quel senso di benessere e di quiete interiore che è la felicità. Un’azione etica può essere tale solo se la motivazione è buona, altruistica. Quindi è la motivazione (Castaneda direbbe “l’intento”) che determina un’azione come etica o meno, e non l’aspetto dell’azione stessa come invece spesso siamo abituati a credere.

 

A me piace molto questo tuo pensiero sull’ “Overthinking”, ovvero pensare troppo, rimuginare, ripensare alle stesse cose senza arrivare ad una conclusione. Sono una donna d’azione e mi trovo spesso ingombrante nelle situazioni che vivo quotidianamente, dove la maggior parte delle persone (anche quelle che apparentemente sembrano “attive”), si perdono in grandi dialettiche, grandi giri di parole per dire sempre e (solo le stesse cose) e banalità sconvolgenti incartate da pensieri profondi e da una grammatica ineccepibile. Non ti sembra una forma di suicidio esistenziale?

 

Le parole senza un’azione concreta, sono soltanto polvere. Motivo per cui io personalmente sono allergico a questi portatori di polvere. Parlare meno è un vero atto rivoluzionario in questa società “moderna” dove si parla tanto, si ascolta poco e si capisce ancora meno. È vero che le parole sono importanti per comunicare, ma basta guardarsi attorno e saper ascoltare, per notare e capire come molte di queste parole siano inutili, pronunciate in maniera automatica, di getto, parole non pensate, e spesso, nemmeno sensate. Viviamo in una civiltà, questa occidentale, che fa un uso spropositato della chiacchiera, abbiamo superato il limite del sano uso della parola stessa. E ironicamente.. più parliamo, e meno siamo capaci di comunicare. La situazione tragicomica si palesa nel fatto che siamo giunti al punto che non riusciamo più a stare in silenzio, anzi, abbiamo la netta percezione che il sacro e prezioso silenzio non debba esistere, ma essere annientato, continuamente, anche a costo di far uscire dalla bocca parole perlopiù inutili e insignificanti, o, peggio ancora, attraverso le parole pronunciate in continuazione dal televisore di turno che ci fa tanto “compagnia”. Anche se, probabilmente, non saremo nemmeno interessati a ciò che l’altoparlante farfuglia! L’importante è che squarci il silenzio che ci circonda. Del resto, lo scrivo anche nel mio libro..  “Abbiamo dimenticato che il silenzio è un dono e l’abbiamo trasformato in un nemico da cui guardarci le spalle, perché in nessun luogo la vacuità umana rimbomba di più che in mezzo al silenzio.”

Ho notato che anche tu ami Gurdjieff alla stessa stregua mia. Il mio blog ed il progetto che porto avanti in essa segue un po’ la sua teoria de “La metafora della carrozza”, cioè la rappresentazione ideale, dell’essere dormiente, ovvero di colui che non decide la direzione della propria vita, ma ne è succube, condizionato dalle forze esterne che influenzano il proprio percorso. Io lavoro molto con i bambini ed i ragazzi misti e trovo che questa coscienza dormiente vada sollecitata già agli arbori. Come applicheresti “il risveglio” già nei ragazzi?

 

L’insegnamento trasmesso da Gurdjieff è stato di vitale importanza per me. Ho trovato quegli strumenti necessari per affrontare la vita di tutti i giorni – ossia il mondo ordinario – da una prospettiva del tutto nuova, scoprendo e riscoprendo alcuni aspetti personali e della realtà circostante a me del tutto sconosciuti. Prendere consapevolezza di queste mie mancanze e toccare con mano lo stato di sonno in cui viviamo è stato il punto di partenza del mio percorso da autodidatta. Trovo che sia utile sollecitare e stuzzicare la curiosità dei più giovani, senza forzature però, far loro presente che c’è qualcosa che non quadra nella nostra vita, ma la soluzione va cercata nel tempo, con costanza, lavoro e studio. Bisogna stimolarli nel diventare dei “cercatori di verità”. Che poi, è quello che faccio tramite il mio blog. Cerco, semplicemente, di “incuriosire” i miei lettori verso tematiche delicate ma fondamentali per lo sviluppo della propria coscienza.

@Wizzy, Afro Bodhisattva, Entrepreneur, Multipotentialite Wantrepreneur, Physical Anthropologist, Freelance researcher of African Studies, culture, tradition and heritage, CEO Dolomite Aggregates LTD and Founder IG MBA Métissage Boss Academy ,  MBA Metissage & Métissage SangueMisto.