conformismo

La massa è fatta di sole sfumature. Senza contorni netti è moribonda mole puntiforme in movimento. Con questa ottica non si scorge altro che un continuo sfavillare lontano di gesti che indicano la vita, il suo continuo apparire deformato e di sfuggita. Questa è l’ottica della lontananza necessaria alla grandezza della massa, che spinge fuori e in alto a conferma dei suoi contorni finali, informi, sfilacciati. La vita che appare tra queste righe grigie è pura sostanza contratta. Una sostanza dalla pelle troppo spessa per secoli di formalizzazioni divenute aria e formalismi, la cui essenza pura però si svolge, ancora e fortuitamente, in una definizione di sé con la potenza di un simbolo sepolto e illuminato dai suoi scatti ad esistere.

Walter Benjamin.

 

Io voglio partire da queste parole di Walter Benjamin, filosofo eclettico e asistematico, pensatore, autore, critico letterario e traduttore tra i più importanti del pensiero tedesco del primo Novecento. Nato a Berlino da una famiglia ebraica assimilata, già in gioventù ha affrontato la questione delle sue radici ebraiche ponendole in fertile contrasto con l’identità ebraica. Egli concepisce la missione del critico come il prendere una posizione e la negazione dell’ordine esistente.

 

Siamo stati in quarantena per un lasso di tempo sufficientemente utile per farci sentire soli, sperimentando una sorta di disagio e di paura che ci ha portato ad affidarci ancora di più ai mezzi elettronici per comunicare. Una solitudine imposta, non una scelta fatta per sè e con sè. Eppure tutto questo non è servito ad illuminarci su come abbiamo vissuto fino a qui, omologati, come pecore al suo pastore, incapaci di comprendere come siamo stati privati della nostra autonomia intellettuale e di come finiamo per dondolarci in questa vita con gli occhi spenti dall’abitudine e dall’effimero, completamente lobotomizzati da una frammentata e alterata percezione di noi stessi e di ciò che ci circonda.

Siamo diventati una massa di consumatori dipendenti e perennemente insoddisfatti, con l’immensa illusione di vivere una vita libera da qualsiasi costrizione culturale, politica e sociale; non siamo un’entità omogenea che compie azioni comuni in maniera automatica, condizionate da ansie collettive o da modi imposti dal potere, ma come un insieme di individui che tendono a confondersi nella folla, sfumando le proprie caratteristiche per meglio omologarsi al pensiero dominante.

 

Il singolo lo fa perché ha paura della solitudine, di rimanere da solo, di essere emarginato o messo da parte, quindi pur di essere accolto, è disposto a non avere più un pensiero ed uno stile proprio ma acconsente a copiare quello preferito dal gruppo. Una scelta di comodo e di opportunismo che ha dei risvolti di non poco conto, primo fra tutti quello di rinunciare ad essere veramente se stessi.

omologazione-immagine

 

Il gruppo, invece, stabilisce azioni o pensieri che devono risiedere nelle consuetudini ed usi stabiliti nel tempo; se non si procede all’osservanza assoluta di quanto tramandato oralmente o col comportamento, si viene criticati, giudicati, denigrati ed, infine, emarginati ed allontanati dal gruppo stesso. Lo scopo del gruppo, solitamente, è distinguersi dagli altri, dandosi dei connotati particolari che lo identificano, distinguono e lo rendono facilmente riconoscibile da chiunque. Per esempio, in un certo ceto sociale, coloro che ne fanno parte si vestono in un certo modo, vanno alle feste da loro combinate, fanno le stesse identiche scelte di vita (come andare in vacanza in determinati posti od acquistare determinati prodotti, spesso di lusso), frequentare la stessa palestra e gli stessi locali……. insomma tutta la vita dei soggetti che appartengono a tale gruppo fanno le stesse identiche cose, pensando solitamente di essere pure originali.

 

Pure i bambini vengono coinvolti, cresciuti ed educati a seguire pedissequamente ciò che il gruppo richiede, diventando essi stessi competitivi coi loro coetanei quando la competitività infantile non appartiene per natura ai bambini, ma è solo un atteggiamento copiato dai grandi per compiacerli e farsi apprezzare ed amare di più.

pseudocultura

 

Affinché questo conformarsi non dia l’impressione di spersonalizzare l’individuo ma di arricchirlo, l’adattamento non viene avvertito come una coercizione, come un’imposizione necessaria e che non pone condizioni, ma che sia un qualcosa che eleva la persona, che la rende più pura e migliore degli altri.

 

Si consuma perchè si è nella posizione di farlo, grazie alle maggiori possibilità economiche date dal lavoro, dalla possibilità per ogni famiglia di poter spendere anche per il superfluo, dall’industrializzazione e dalla creazione di beni di largo consumo. Si consuma senza averne bisogno, ma su istigazione di una necessità creata ad arte dalla pubblicità che crea appunto il desiderio di possedere solo per tale fine, e solo per non essere da meno del vicino di casa. Tutto il superfluo che fa da contorno, crea comodità, agiatezza, ma annienta il pensiero e la capacità di relazionarsi con gli altri attraverso la comunicazione e lo scambio di idee che portano alla vera crescita collettiva.

 

C’è, poi, una tendenza a distruggere la vera cultura, che per secoli ha accompagnato l’essere umano nel suo percorso evolutivo. Quella cultura che un tempo era molto ricca di arte, produzioni letterarie, archittettura, musica, folklore e tradizioni. Una cultura che era un mezzo per crescere, per evolvere e per conoscere, che non veniva imposta dall’alto, ma trasmessa e insegnata da uomo a uomo.

 

Oggi la cultura è diventata un mezzo per rendere gli esseri umani sempre più uguali e simili tra loro; le nostre differenze, grande valore aggiunto dell’umanità, vengono uniformate in un processo di colonizzazione omogeneizzato. Non scegliamo più la NOSTRA forma di arte, quella che più ci sublima, che ci elettrizza che ci dà emozioni; leggiamo, invece, libri imposti dalle case editrici o dai media del settore, ascoltiamo musica spinta dalle mega visualizzazioni di youtube e quelle imposte dai guru musicali, ci vestiamo secondo cannoni del momento e ci informiamo seguendo un’unica fonte di informazione, rigorosamente di destra o di sinistra, rigorosamente imbevuta da ragionamenti che stimolano quell’unico neurone rimasto e soggiogato ad un inevitabile soffocamento della nostra immaginazione e del nostro libero pensiero.

informazione

 

Siamo entrati nelle profonde viscere dell’anafalbetismo funzionale, dove si legge un’informazione telegrafica o uno slogan e già si sa tutto. Si apre Google e si ottiene una laurea plena in 10 minuti di lettura, pronti a sciorinare  la grande cultura acquisita, nei dibattiti social ed a scannarsi per detenere la verità certa in quanto “esperti di…”…. esperti di tuttologia esasperata ed esasperante.

 

Si è persa la capacità della lettura accurata e ragionata, dell’approfondimento e dell’elaborazione del pensiero, grazie anche (??? grazie?? sicuri??) all’esistenza di internet! Regrediamo tra post e dibattiti a rotazione sui social, triti e ritriti, senza approfondire i concetti e scendere nella sostanza della questione. E, se per caso lo fai (o lo sai fare), risulti noioso, privo di interesse, da “bloccare” perchè prolisso e pesante, o, addirittura (questo mi è stato detto più volte!), il social non è un luogo per approfondire un tema “tanto complicato”. Quindi dove e quando potremmo mai approfondirlo? Praticamente assistiamo ad una sorta di regressione di massa, in cui tutto è provvisorio, precario, superficiale, a-personale. Dove il proprio pensiero, la propria individualità, la propria fantasia diventa un peso, un “non mi interessa”, un “outsiderismo”, un “troppo complicato”, che interpreta un vuoto profondo.

 

La cosa che mi inorridisce di più è questa pretesa di studiare la storia sui libri, anzichè viverla direttamente da chi l’ha sperimentata sulla propria pelle. Per chi, come me, che viene da una generazione in cui il proprio passato viene tramandato e raccontato oralmente, di generazione in generazione, da chi lo ha vissuto, ritrovarsi un presente in cui questo sistema viene denigrato e deriso in nome della “modernità” dei libri di storia (scritti, ovviamente, sempre e comunque dai vincitori e mai dando voce a chi, invece la storia l’ha subita!!), non è per nulla edificante. Siamo piombati in un epoca di incertezze, senza ricordo vivo di un passato, nemmeno prossimo, figurarsi pensare ad un futuro. Ci si vanta di non conoscere la storia. Peggio, che la storia conosciuta (e quindi quella vera!) è quella studiata sui libri, anche se è passato solo un decennio e quindi vi sono persone in grado di raccontarla! Praticamente il periodo pre-social sembra essere l’età dei Sumeri e non ci arrivano nemmeno di consultare i genitori o i nonni che sicuramente hanno qualcosa di più tangibile da dire, rispetto ai dispositivi tecnologici in loro possesso.

 

Non ci rendiamo nemmeno conto di quanto velocemente si stia inescando il processo di annientamento, intrappolati in un orgoglio narcisistico della conferma ed accettazione sociale attraverso il post del giorno e del buongiornissimo caffè. Parliamo tanto di globalizzazione, di multiculturismo del mondo che ormai è aperto a tutto e a tutti, ma non ci rendiamo conto che noi, per primi, siamo parte di un falso progresso, di un’omologazione culturale in cui siamo chiamati ad essere tutti uguali, in cui il sistema lavora per farci girare come criceti sulla ruota, con un unico modo di ragionare, di vivere e di informarci.

 

Non ci ascoltiamo nemmeno più. Non ragionaniamo con la nostra testa. Non siamo in grado di andare controcorrente pur di validare e confrontare il nostro ragionamento  (se è questo di cui siamo fermamente convinti), nè supporre tesi diverse. Veniamo tacciati di arroganza, di incapacità di comprendere, di eresia.

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Poi ci sono gli pseudo-omologati, coloro che non si adeguano ai modelli imposti, ma si fiondano nel tentativo ossessivo di distinguersi dalla massa, di trasgredire cliché comportamentali ormai desueti, e nel fare questo, si conformano lo stesso alla massa. Come l’omologazione di massa e il conformismo, anche l’anticonformismo diventa una seconda identica modalità di conformarsi, l’inseguire mode e stili solo per essere à la page, l’adeguarsi a quello che fan tutti gli altri in un contesto sociale o in un ambito lavorativo per essere accettati e considerati alla pari, per sentirsi parte del gruppo della società e rientrare tra coloro che sono accolti, ricevuti come simili e ben giudicati, questi sono tutti sistemi di omologazione di massa. La loro trasgressione non va mai ad intaccare l’ordine costituito della massa: si fanno cose bizzarre, strane, pazze, ma stando sempre ben attenti a non scivolare nel borderline. Si auto-proclamano persone fuori dalla massa, persone che sanno ragionare, che non si conformano a nessuno, in realtà, non poggiando le loro pulsioni su basi solide morali e spirituali, non possono far altro che rimanere a livello di sfumatura, compiendosi esclusivamente nella superficialità della rappresentazione. E qui, avviene, l’annichilimento totale.

 

Qualcuno, in qualche tempo disse che “la morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi“. I cosiddetti intellettuali contemporanei sono ormai incapaci di un qualsiasi giudizio, poiché completamente ammalgamati dentro il sistema ed hanno assimilato, completamente, i modelli comportamentali del potere centrale. Già l’antropologo Levi-Strauss metteva in guardia contro l’adesione impotente e succube ad un unico modello culturale mondiale, ma fu duramente criticato dagli intellettuali e grandi pensatori francesi .

 

Per me, qui, si inserisce anche un piccolo discorso dal contorno rilevante e dal valore incommensurabile. Questo famelico progressismo non ha nulla di emancipatore e tende, invece, a distruggere ogni cosa lungo il proprio cammino: ambiente, realtà sociali, peculiarità culturali. Sono molto legata alla piccola realtà culturale e contadina della mia parte italiana. Vedere come la devastazione delle piccole identità regionali, compiuta da un’italianizzazione insostenibile e perniciosa, attraverso il potere coercitivo dei media, stia alimentando la decadenza di tutti i valori tradizionali delle nostre piccole realtà e della lingua stessa, è, per me, molto struggente. Vedere, al contrario, come le tradizioni culturali e sociali della mia parte nigeriana, riescano ancora a stare in piedi, grazie al forte senso di rispetto per gli anziani, per la storia e per tutto ciò che rappresenta la propria radice, mi dà il senso di come tutto questo possa essere gestito, da ognuno di noi, individualmente.

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Andare realmente contro corrente ed essere rivoluzionario richiede molto coraggio, molta faccia tosta e non aver paura del giudizio degli altri, a cui non si dà troppo valore: in fondo far parte di una massa che ripete gesti e scelte senza personalizzarle non richiede alcuna fatica né troppa intelligenza; solo gli audaci che emergono sono gli eroi moderni di un desiderio di sopravvivenza del proprio essere, che va al dì là dello stile di vita il quale, a sua volta, diviene uno stile di pensiero.

 

L’unico modo per non assoggettarsi e spersonalizzarsi è quello di NON CREDERE ai bisogni ed alle richieste di conformità della società trasmesse attraverso gli strumenti di comunicazione di massa.

 

Ma per far questo, la persona, deve essere abbastanza forte e sicuro di sé da non farsi condizionare, da non cedere all’idea che per entrare nel ceto degli eletti basti comprare un tipo di auto o vestirsi in un certo modo, perché tale stile di vita riduce l’umano ad un essere non pensante, inerme, plagiato il cui finto benessere gli toglie ogni aspettativa di vita migliore e di crescita.

 

Si dovrebbe scappare a gambe levate davanti a qualsiasi forma di manipolazione e/o standardizzazione del pensiero,  atte a far sì che siano uniformi e vicini al pensiero dominante. Riuscire a non cadere nella trappola che già Orwell, nel suo “1984”, aveva sottolineato: “Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano, per sempre.” Una trappola che, inevitabilmente, porta le persone fuori dalle righe (con le loro idee che non si adattano per nulla al pensiero dominante) ad essere inesorabilmente rifiutate e dimenticate dai gruppi di controllo, che le fanno gradualmente scomparire dalla società stessa.

 

Ci si dovrebbe riappropriare della padronanza del linguaggio e delle proprie radici, che, conseguentemente, portano a pensieri lucidi e metteno nella condizione di far crescere lo spirito critico. Per far questo è indispensabile confrontarsi con gli altri, con enorme e umile rispetto, aprirsi ai loro ragionamenti, confutarli con lo scopo di imparare qualcosa di nuovo o di arrichire ciò che già si conosce, mai con l’intento di voler avere ragione, nè tanto meno portare la propria verità (che verità non è per nessuno!).

 

Bisogna scegliere cosa pensare e relativizzare le proprie esperienze per dare spazio anche a quelle degli altri. Creare quella coscienza critica che porta ad analizzare gli eventi non con la lente del sé, bensì con la consapevolezza di essere solo una voce (e quindi un pensiero), all’interno dell’universo di voci che compone il mondo. Interiorizzare questo modo di vedere le cose comporta dare attenzione agli altri e alle necessità altrui e non soccombere nel vortice di anonimato verso il quale la società contemporanea sembra orientarsi.

 

Se mai ci si dovesse trovare invischiati in ragionamenti fondamentalistici e in castrazioni dogmatiche, in cui non si riesce a trovare il bandolo della matassa, in cui l’altra parte giudica il tuo pensiero, semplicemete perchè non conforme a “ciò che è” (per lui/lei, per la società, per gli altri…), che non cerca di comprendere gli avvenimenti esposti e che non fa domande per comprendere meglio la tua posizione… beh! Lì è già una partita persa, già dall’inizio.

 

Rammentati sempre che vi sono alcune persone (la maggioranza!) propense ad evitare di esporre le proprie considerazioni in presenza di interlocutori con idee differenti dalle proprie, o quando si ritiene la propria posizione minoritaria. Sui social anche questo si amplifica. Gli utenti che ritengono di avere tra i propri contatti persone che condividono le proprie posizioni sono maggiormente disposti ad esporre le proprie idee. Il guaio sta nel fatto che, utilizzando frequentemente i social network, si diventerà meno propensi ad esporre le proprie idee anche nella vita reale. E qui scatta una sorta di auto censura (omologazione indotta) cui inconsapevolemnete ci si costringe. Svanisce l’idea che i social siano uno strumento di libertà incondizionata ed incensurabile. Dietro uno schermo il mondo assume tinte e colori differenti. Tutto viene accentuato. Anche le critiche, le polemiche e gli insulti. Nel mondo virtuale le critiche sono spesso più feroci che nella vita reale ed è molto più semplice che un singolo insulto spropositato inizi a generare altri commenti negativi. Ecco che da strumento di libertà si trasforma  nel migliore mezzo di omologazione.

 

Concediti la libertà di declinare la sterile discussione, ricordandoti che sei proprio tu padrone del tuo destino e che, come indirizzare la tua vita ed i tuoi pensieri sono affari del tutto tuoi personali; niente e nessuno ha il diritto di infierire, decidere e tanto meno giudicare ciò che, di bello o di brutto, tu hai da dire al mondo. I pensatori succubi e dominati trovano il tempo che trovano; tu sii indipendente investendo sulle tue radici, sulle tue tradizioni, su tutto te stesso. Dovresti togliere completamente dal tuo agire quotidiano la parola “acquiescenza” (modificazione del comportamento esteriore, pur rimanendo fedeli alle proprie opinioni e inclinazioni) e “accettazione” (credere sinceramente in quello tutto quello che il gruppo propone). Costruire un’interazione umana che non sia fondata né sull’effetto gregge, né in una logica omologante, né in un logica di “ghetti contigui”, di “differenze blindate” senza porte né finestre, di “piccole isole, ciascuna fuori dalla portata intellettuale e normativa dell’altra”.

 

Liberarci dall’ossessione dell’appartenenza a tutti i costi e dalla paura della solitudine, potrebbe essere fattibile rinunciando al desiderio di essere straordinari, di essere e avere sempre un po’ di più, e accogliendo invece l’aspirazione ad essere le persone migliori che riusciamo ad essere, rimanendo sempre presenti e fedeli a noi stessi perché, come disse de André:

 

sostanzialmente quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.”

 

@Wizzy, Afro Bodhisattva, Entrepreneur, Multipotentialite Wantrepreneur, Physical Anthropologist, Freelance researcher of African Studies, culture, tradition and heritage, CEO Dolomite Aggregates LTD and Founder IG MBA Métissage Boss Academy ,  MBA Metissage & Métissage SangueMisto.