steven

In questo periodo, stiamo ascoltando e leggendo molto sulla diversità. Non immaginate quanto detesti quella parola. “Diversità” è una parola medicinale che non ha risonanza emotiva, e questo, che qui trattiamo ogni giorno, è un problema davvero emotivo.

 

L’identità razziale è una faccenda complicata. Abbiamo la nostra identità percepita, il modo in cui gli altri ci vedono, e la nostra identità personale, come vediamo noi stessi. Per molte persone queste due identità si allineano e si adattano perfettamente alle categorie razziali della società. Quando ci troviamo nel mezzo di due categorie razziali, queste possono essere in contrasto l’una con l’altra. Il modo in cui noi stessi ci identifichiamo è spesso messo in discussione. Ci identifichiamo come neri, ma il modo in cui siamo visti dagli altri viene messo in discussione a causa della nostra carnagione più chiara. In questi casi, ci si può  sentire di non essere abbastanza nero. Viceversa, se ci identifichiamo come bianchi. Vivendo in una crocevia di razze, c’è una spinta e una trazione ad adattarsi alla cultura bianca dominante o ad un’estetica nera, e non avere, comunque, un posto in entrambi.

Quindi dove apparteniamo? Dov’è lo spazio reale in cui viviamo? Queste sono alcune delle tante domande a cui oggi cercheremo di rispondere con il mio ospite, il Prof. Steven Strauss, per la serie di interviste dedicate al mondo mixed. Si tratta del mio collega, Antropologo e ricercatore in studi africani, compagno di tante relazioni e files per particolari progetti universitari, nonché persona con cui ho spesso grande dibattiti sul tema “razza”, “razzismo” e affini. Una persona colta, molto preparata e decisamente straightfoward sul tema. Il suo taglio è tendenzialmente riferito alla Società degli Stati Uniti, paese in cui vive e insegna, ma nulla toglie che possa essere fonte di ispirazione e riflessione ovunque, su questo pianeta.

Prima di iniziare la conversazione,  tuttavia, è ragionevole fare un passo indietro e chiedersi “Cos’è la razza?” Se, come accade, la razza non è un concetto biologicamente significativo, allora cercare differenze razziali nel comportamento biologicamente è semplicemente una perdita di tempo. Giusto? Allora con lui, essendo uno studioso ed afferrato  sull’argomento, soprattutto nella sua parte scientifica, ho cercato di spostare li miei interrogativi su punti un tantino più allargati.

In ogni cultura, le persone classificano anche le cose secondo dimensioni di significato specifiche della cultura. Gli antropologi, come noi,  si riferiscono a questo tipo di classificazioni come tassonomie popolari. Prendiamo per esempio l’avocado: è un frutto o un ortaggio?

Gli americani dicono un ortaggio, perché lo mangiano in insalate con olio e aceto. I brasiliani, invece, direbbero che è un frutto, perché lo mangiano per dessert, con succo di limone e zucchero. Come possiamo spiegare questa differenza nella classificazione? L’avocado è una pianta commestibile e le tassonomie popolari americane e brasiliane, pur contenendo termini affini, classificano alcune piante commestibili in modo diverso. L’avocado non cambia. È la stessa entità biologica; ma la sua classificazione popolare cambia, a seconda di chi sta facendo la classifica.

Anche gli esseri umani sono entità biologiche. Proprio come possiamo chiedere se un avocado è un frutto o una verdura, possiamo chiedere se una persona è bianca o nera. E quando poniamo domande sulla razza, le risposte che riceviamo provengono da tassonomie popolari, non scientifiche. Termini come “bianco” o “nero” applicati alle persone – o “verdura” o “frutta” applicati agli avocado – non ci forniscono informazioni biologiche su persone o avocado. Piuttosto, esemplificano il modo in cui gruppi culturali (brasiliani o americani) classificano le persone e gli avocado.

Detto questo, lascio a lui la parola. Vi chiedo solo di applicare il teorema del non-giudizio, tout court. Appena giudichiamo chiudiamo le porte, mentre occorrere aprirle.  Siamo abituati ad impostare tutto su buono e cattivo, bene e male. Ma così creiamo dei pregiudizi. Allacciate, quindi, le cinture ed aprite la mente!

LQcmNeKxPdV13a2T

Ciao Prof. Sono davvero felice di averti ospite nel nostro piccolo salottino mixed. A great and warm welcome!

 

E’ con immenso piacere che ti ritrovo in questo bel progetto stimolante. Speriamo gli interessati ne sappiano far buon uso ed apprezzino lo sforzo di tutti coloro che già si sono incamminati in questo sentiero.

Sono sicura che sarà così. Si inizia sempre con una piccola goccia in mezzo al mare. Anche quella ha la sua importanza. Allora …. “Cosa sei?”

Questa è una delle domande più usurate nella storia di noi mixed ed ancora è dura a morire. Mi verrebbe da risponderti “sono un umano”, ma immagino la tua sia una domanda appositamente provocatoria, per sottolineare l’insistenza e tutta l’assurdità in quelle 2 parole. Lasciami, però, esprimere una piccola riflessione su questo tipo di domanda, o quelle del tipo “da dove sei veramente?”, “con cosa sei mescolato”?:  sono domande ingannevolmente innocue che, specialmente se rivolte alle persone di colore, sono cariche di curiosità e presunzioni strazianti su “estraneità” (come straniero) e “alterità” (come diverso). Nel migliore dei casi, queste domande ci fanno sentire come se fossimo degli alieni e, nel peggiore dei casi, come se fossimo animali ibridati. Bada bene: non ho nulla in contrario alla curiosità di un individuo che voglia conoscere il mio retaggio culturale e sociale, ma il modo in cui queste domande vengono poste fa sì che si mettano le stesse persone di colore fuori dall’appartenenza di questo paese. Trovo, invece, che il quesito più giusto sia “qual è il tuo background”?

 

****NDR****, alias dell’intervistatrice: nota bene che quest’intervista è stata fatta in inglese, lingua madre del Prof. Strauss, poi tradotta dalla sottoscritta, quindi certi termini, certe sfumature non possono assolutamente essere tradotte in italiano, perché perderebbero del significato intenzionale. Qui, quando il Prof. parla di background, si riferisce, nello specific, del passato di cui una persona fa parte, quindi della sua storia biografica e del suo vissuto.)

 

Nella mia esperienza, questa domanda ha portato a conversazioni molto più ampie e solide. Non presuppone, o implica, che non sono americano. E non ignora nemmeno la realtà che la maggior parte degli americani – specialmente i neri americani, a causa della storia e della discendenza – hanno un ricco mosaico di identità razziali. È importante espandere radicalmente la narrativa nazionale, perché ciò che le tensioni razziali del nostro paese dicono su di esso – e su di noi – conta. Nella cultura in cui viviamo attualmente, posso portare i miei capelli naturali o lisci e non sentirmi affatto come se fossi “diverso”. Eppure l’America, nel suo insieme, è ancora considerevolmente vincolata dalla nostra comprensione di cosa significhi essere…… beh….americano, per non parlare di cosa significhi essere nero. Avere avuto un presidente bi-razziale mi ha reso orgoglioso, in gran parte perché potevo relazionarmi ed entrare in empatia con i commenti peculiari che ha dovuto affrontare da persone di ogni genere. Tuttavia, possiamo ancora fare di meglio per mantenerci a standard di inclusione più elevati, indipendentemente da quanto scomodo possa renderci questo processo. Dopotutto, la diversità razziale americana è troppo vasta e troppo granulare per toglierla dalla sua specificità.

Detto questo, sono un Antropologo autonomo,  lanciato nella carriera come consulente indipendente, relatore e scrittore. Ma non ho lasciato la ricerca e l’insegnamento, che continuo ad esercitare in una delle più grosse Università Americane. Mi occupo di Scienze Sociali, Antropologia Fisica e Studi Africani. Sono una Euro-Afro-Americano, con padre italo-tedesco (bianco) e madre afro-americana (nera).

WOW!! Partiamo col botto! Grazie per questa introduzione così interessante ed esaustiva. Se non ti conoscessi così bene, direi, quasi, che sei uscito da uno dei quei fumetti distopici, dove i supereroi si manifestano e vanno dritti al punto. 🙂 

In quale ambiente hai vissuto? Principalmente bianco o nero? Classe media / alta?

Sono cresciuto in un ambiente militare (mio padre) ed in uno accademico (mia madre), ambedue equilibratamente e proporzionalmente di matrice bianco/nero.

 

Che tipo di istruzione e educazione hai ricevuto?

Ho frequentato scuole private, ma anche pubbliche, dipendeva dai trasferimenti di mio padre. La mia formazione universitaria è completata con un BA, un MA e un PhD in Social Sciences, Anthropology, Paleoanthropology, Archaeology (specialization in Forensic Science), African American & West African Studies.

 

Qual è il tuo rapporto con la religione?

Come studioso, ho un rapporto molto forte con la religione, nel suo senso più laico del termine. Mi piace citare Cioran, quando dice che “quanto più gli uomini si allontanano da Dio, tanto più progrediscono nella conoscenza delle religioni“, e ciò a significare che, nel nostro divenire storico, le religioni stanno prevalendo di gran misura su Dio. Mentre la fede in lui decade, cresce l’interesse (per me anche e soprattutto la conoscenza), per le religioni. Concepisco la religione come filosofia, perché generosa, con il suo immenso repertorio di temi, e atta a vincolare la mia identità ad uno stile di pensiero; stile che deve essere critico, rigoroso, aperto, libero, ed appunto, filosofico.

 

Qual è (e quando) stato il tuo ricordo consapevole sulla razza? Quando sei stato consapevole di essere bi-razziale?

Parlare di “razza”, per degli antropologi come noi, è davvero una gran bella sfida. Ma, si sa, dobbiamo attenerci a quelli che sono gli standard accademici sulla terminologia. La consapevolezza l’ho avuta immediatamente sono stato in grado di formulare un ragionamento logico. Un po’ perché ho avuto dei genitori che mai hanno nascosto la mia realtà, stimolandomi sempre all’analisi ed alla discussione sulle “diversità” e sul senso che la Società stessa dà agli outsiders, un po’ perché, a conti fatti, mi sono dovuto misurare con una realtà in cui non si poteva essere colorblind. Sono stato “costretto” a guardarmi in faccia e a vedere che ero qualcosa di “diverso”.

Seleziona la casella: quale di queste categorie usi per definirti? E con chi ti identifichi? Perché? ° Africano ° Afro-Italiano ° Afro-Europeo ° Afro-latino ° Bianco ° Nero ° Bi-razziale ° Misto ° Multirazziale ° Altro (cosa?)

A me piace molto definirmi un American Eurocan. Eurocan è un termine nuovo, coniato per indicare una persona di discendenza Europea e Africana.

Sei pienamente accettato nel gruppo con cui ti identifichi?

Sì certo! Anche perché non possono far altro che accettarlo.

Perché dici questo?

Perché non è un problema mio essere accettato o meno. Anzi, non è un mio problema essere accettato per il colore, più o meno nero della mia pelle. Potrei non essere accettato per altre caratteristiche, perché dovrebbero farne una questione di pelle?

Beh! Perché la Società è abituata a classificare le persone in base al colore della loro pelle. Questo non lo possiamo negare. Nella fattispecie, noi bi-razziali, veniamo tendenzialmente classificati come neri, perché ancora legati all’eredità delle leggi razziste che si basavano sulla cosiddetta “one-drop-rule”, che stabiliva che anche una piccola quantità di origine nera significava che quella persona era considerata nera. Ma non siamo neri. Come non siamo bianchi. E l’accettazione, nell’uno o nell’altro gruppo, non sempre è scontata.

Su questo hai molta ragione. Ma è un ragionamento prettamente accademico. L’accettazione parte da me e da come ho deciso di accettarmi. Di conseguenza, il gruppo a cui mi riferisco, non può far altro che adeguarsi.

 

Ma non sempre questo succede, appunto. L’adeguarsi al tuo modo di essere o di pensarti, non è così automatico e nemmeno direzionabile. E’ un dato di fatto che vivi in una società e, il più delle volte, è la Società che detta le leggi. E semmai, ti ritrovi tu, inconsapevolmente o meno, a doverti adeguare.

Sei molto insistente ed inquisitiva su questo punto e non posso che compiacermene. Partiamo un po’ alla lontana: in passato, così come oggi, i ricercatori hanno scoperto che tra i bianchi, la tendenza a classificare i bi-razziali come neri è associata a livelli più alti di anti-egualitarismo, la convinzione, cioè, che alcuni gruppi sociali siano intrinsecamente superiori agli altri. I bianchi anti-egualitari sono particolarmente propensi a classificare i neri bi-razziali come neri, quando percepiscono la loro scarsità economica o se i neri sembrano guadagnare uno status sociale, mettendo così in pericolo la posizione dominante dei bianchi. Le persone che sostengono la gerarchia tradizionale sono particolarmente propense a classificare un bi-razziale bianco-nero come nero, e questo aiuta a mantenere i confini dello stato tra quei gruppi in alto e quelli in fondo alla società.  Ecco, in base a questo ragionamento, posso escludermi da questa logica, semplicemente perché non sono nella condizione, né fisica né di attitudine, ad inserirmi (e farmi inserire) in alcuno di questi schemi. Quindi mi adeguo semplicemente perché decido che mi è più conveniente farlo, non perché non vengo accettato da un gruppo piuttosto che dall’altro.

Sei stato esaustivissimo. Non volevo essere petulante, ma trovo molto importante ed interessante il fatto che una persona approfondisca il proprio ragionamento, soprattutto se ci si rivolge ad un pubblico interessato a confrontarsi su questo tema. Ci sono circostanze nelle quali cambi il modo in cui ti identifichi razzialmente?

 Sono qui, appositamente, a tua disposizione, per esporre il mio punto di vista.

Sinceramente no. Non vedo perché cambiare il modo in cui mi identifico, quando ho un’individualità ben specifica.

Quali erano gli atteggiamenti dei tuoi genitori nei confronti della “razza” durante la tua crescita?

 

Mio padre è sempre stato molto incisivo e severo con me. Mi ha sempre messo dinnanzi agli occhi il fatto che non ero come gli altri e che avrei dovuto lottare doppiamente per avere ciò che volevo dalla vita. Anche mamma aveva lo stesso pensiero, ma era più taciturna. Mi metteva, però, nella condizione di sbrogliarmela da solo, quando venivo preso in giro o canzonato.

race_figure_1-e1512755676725

Quando non sei accettato, che tipo di emozioni provi? Accettazione? Rabbia? Rifiuto? Confusione? … Che cosa?

 

In generale, quando non vengo accettato, non provo alcuna emozione particolare se non il fatto che mi auto-impongo di riflettere sulle ragioni per cui questo sia avvenuto. Tendo a dare la spiegazione al fatto che ho un carattere piuttosto schivo, molto riservato e al limite della misantropia, non certo al colore della mia pelle.

Vorresti essere una persona diversa?

Diversa no. Sono soddisfatto del mio grado di privacy raggiunto e di come so affrontare la mia vita. Semmai, mi piacerebbe che gli altri fossero delle persone diverse, più aperte (mentalmente), meno superficiali, meno settoriali e un po’ più disposti alla discussione e al confronto intelligente.

 Hai mai sperimentato la prevalenza di una “razza” sull’altra?

Quando ero più giovane, mi trovavo in un college prevalentemente di ragazzi neri. Paradossalmente ho avuto qualche episodio che mi ha portato a comportarmi espressamente da nero, cioè adottare un particolare accento, camminare in un certo modo e parlare con un dizionario piuttosto colorito, tipicamente slang. Ciò non certo per farmi accettare, ma per una forma di fenomeno assocciativo che non avevo ancora sperimentato e consideravo la mia adolescenza la piattaforma più giusta per mettermi in discussione ed alla prova.

Ti capita mai che le persone sbaglino a classificare la tua provenienza/”razza” (sì, lo so .. è terribile .. ma dobbiamo parlare con un pubblico vario!)? Se è così, come ti classificano di solito?

Certamente. Continuamente. Sono un latino, per la maggior parte delle persone. Un po’ anche per una certa cadenza spagnoleggiante.

Ti senti parte di una minoranza etnica?

No, non mi sento parte di una minoranza, ma pare che lo sia, mio malgrado. Fortunatamente durerà ancora per poco …. perché come ami dire te … “BROWN IS THE FUTURE

Hai lottato / lottato per capire a quale “razza” appartieni? Puoi spiegare perché?

Non molto ,  perché, come spiegavo prima, ho avuto una grande e bella educazione su ciò che sono e sulle difficoltà (e privilegi) che avrei incontrato durante il mio cammino.

Sei mai in conflitto con la tua identità culturale e razziale?

La mia professione e la mia età anagrafica non me lo permette.  🙂 A parte gli scherzi …. non puoi essere in conflitto con la tua identità quando sei stato cresciuto con la consapevolezza di ciò che esattamente sei. Come te, ho avuto un padre determinante per la mia crescita (probabilmente l’atteggiamento da cameratismo militare ha aiutato parecchio!) e qualsiasi dubbio abbia mai avuto, lui è sempre stato presente e pronto a spiegarmelo.

Come giustifichi che sia stato tuo papà (bianco) e non tua madre ad aiutarti nella determinazione della tua consapevolezza?

Secondo me papà, essendo un bianco di origini Italiane, ha vissuto ciò che, nell’immaginario americano, l’italiano rappresenta. Mio nonno era un immigrato qui negli States, figlio della guerra, ha patito la fame e la discriminazione come milioni di italiani giunti qui all’inizio del secolo scorso. Immagino che papà abbia vissuto e respirato il senso del dovere e del volercela fare a tutti i costi, ingoiando rospi e subendo umiliazioni trasversalmente indirette (del nonno appunto). Quando decise di arruolarsi nell’aviazione, mio nonno fu inondato di un orgoglio smisurato e questo deve essere prettamente un atteggiamento particolare della mia famiglia da parte della ramificazione di mio padre. Gente concreta, con un senso dell’ordine e della disciplina fuori dai canoni. Ecco, forse, perché papà ci vedeva più lungo. Mamma era un’afroamericana  uscita dalla segregazione razziale quando era già con mio padre, quindi sicuramente donna di indole molto coraggiosa e determinata, ma, forse, meno portata ad indicarmi i paletti entro cui muovermi.

Come vieni trattato dai membri della tua famiglia? (sia bianco che nero)

Ultimamente mi sono rimasti pochi famigliari in vita. Devo dire, comunque, che non ho mai avuto alcun tipo di problema tra loro per il fatto che fossi mixed.

Cosa ne pensi delle parole molto discusse e maltrattate, “Mulatto” e “Half Caste”?

Sono parole. Altrimenti dovremmo cominciare ad analizzare tutta la serie di sopranomi , epiteti e appellativi usati dai tempi dei tempi.

Muwalladeen, mulattos, mestizos, mestiҫos, blended, biracial, interracial, multiracial, multiethnic, gray, high yellow, half-breed, mixed-breed, cross-breed, mutt, mongrel, mixed blood, mixed race, mixed heritage, quadroon, octoroon, hapa, pardo, sambo, half-cracker but a nigger too. Al tempo dei romani eravamo i “di colore“, in Giappone siamo hāfu (metà) o daburu (doppi),  half-castes in U.K. , fino al 2001 quando decisero che saremo diventati tutti “mixed“. In Sud Africa, eravamo ufficialmente i “coloured“e nei periferie eravamo “bushies” (come per dire che eravamo concepiti  nei boschi), in Brasile, dove la multirazzialità dovrebbe essere cosa comune, abbiamo epiteti divertenti: cor de canelacor de rosacor de cremacor de burro quando foge (il colore di un asino quando scappa!)  ……  insomma … posso continuare fino allo sfinimento … la realtà è che l’offesa, di per sé, sta nell’intenzione di chi le pronuncia. Poi.. se ci vogliamo appendere a significati storici, offensivi e umilianti, e, quindi, meritevoli di essere censurati… bè… sinceramente a me pare un non problema.

Farei, invece una distinzione, una volta per tutte, tra i termini “razza” ed “etnia”. Sono simili e c’è una certa sovrapposizione tra di loro. La persona media usa spesso i termini “razza” ed “etnia” in modo intercambiabile poiché sinonimi e gli antropologi riconoscono anche che razza ed etnia sono concetti sovrapposti. Sia la razza che l’identità etnica si basano su un’identificazione con gli altri basata su origini comuni e tratti culturali condivisi. Una razza è una costruzione sociale che definisce gruppi di umani basati su tratti fisici e/o biologici arbitrari che si ritiene li distinguano dagli altri umani. Un gruppo etnico, invece, rivendica un’identità distinta basata su caratteristiche culturali e una discendenza condivisa che si ritiene dia ai suoi membri un senso unico di personalità o eredità.

Le caratteristiche culturali utilizzate per definire i gruppi etnici variano; includono lingue specifiche parlate, religioni praticate e modelli distinti di abbigliamento, dieta, costumi, festività e altri indicatori di distinzione.

L’etnia si riferisce al grado in cui una persona si identifica e sente un attaccamento a un particolare gruppo etnico. Come componente dell’identità di una persona, l’etnia è un fenomeno fluido e complesso che è altamente variabile. Molte persone vedono la loro etnia come un elemento importante della loro identità personale e sociale. Numerosi fattori psicologici, sociali e familiari svolgono un ruolo nell’etnia e l’identità etnica è più precisamente compresa come una gamma o un continuum popolato da persone in ogni punto. Il senso di etnia può anche fluttuare nel tempo. I bambini di immigrati coreani che vivono in una città straordinariamente bianca, per esempio, possono scegliere di identificarsi semplicemente come “americani” durante la scuola media e gli anni delle superiori per adattarsi ai loro compagni di classe e quindi scegliere di identificarsi come “coreano, “” Coreano americano “o” Asiatico americano “al college o successivamente nella vita quando cambiano le loro impostazioni sociali o dal desiderio di connettersi più fortemente con la loro storia familiare e il loro patrimonio.

Ora, la vera domanda sarebbe: consideri la tua etnia una parte importante della tua identità? Perché ti senti così?

 

Molto interessante, Prof. Un ulteriore punto su cui riflettere in modo approfondito. Mi viene in mente una domanda molto emotiva, che vorrei porti.
Vi è un’enorme diversità etnica, linguistica e culturale in tutti gli Stati Uniti, in gran parte derivante da una lunga storia e dalla costante identificazione come “nazione di immigrati” che ha attratto milioni di nuovi arrivati ​​da ogni continente. Tuttavia, i governanti e i residenti non sono affatto d’accordo su come gli Stati Uniti debbano affrontare questa diversità e integrare i gruppi di minoranze immigrate, etniche e culturali nel più ampio quadro della società americana. La domanda fondamentale è se i gruppi di minoranze culturali debbano essere incoraggiati a rinunciare alle loro identità etniche e culturali e in modo accurato rispetto ai valori, alle tradizioni e ai costumi della cultura tradizionale o dovrebbero essere autorizzati e incoraggiati a conservare elementi chiave delle loro identità e patrimoni.

 

Domanda molto interessante. Grazie. Le questioni relative all’identità culturale sono spesso profondamente personali e associate a convinzioni ferme sulle caratteristiche distintive delle identità nazionali dei loro paesi. Negli ultimi 400 anni, tre distinte filosofie sociali si sono sviluppate dagli sforzi per promuovere l’unità nazionale e la tranquillità nelle società che hanno sperimentato l’immigrazione su larga scala: assimilazione, multiculturalismo e fusione.

L’assimilazione incoraggia, e può persino richiedere che i membri delle minoranze etniche e immigrate abbandonino i loro costumi, tradizioni, lingue e identità nativi il più rapidamente possibile e adottino quelli della società tradizionale: “Quando sei a Roma, fai come fanno i romani”. I sostenitori dell’assimilazione considerano generalmente un forte senso di unità nazionale basato su un patrimonio linguistico e culturale condiviso come il modo migliore per promuovere una forte identità nazionale ed evitare conflitti etnici. Per esempio, sostengono, come prova delle conseguenze negative di gruppi che conservano un forte senso di lealtà e identificazione con il loro comunità etniche o linguistiche la guerra etnica e il genocidio in Ruanda e nell’ex Jugoslavia durante gli anni ’90 e i recenti movimenti di indipendenza dei canadesi francesi in Quebec e in Scozia. Il movimento “English as the Official Language” negli Stati Uniti è un altro esempio. Le persone sono preoccupate che l’unità degli Stati Uniti sia indebolita dagli immigrati che non imparano a parlare inglese. Negli ultimi anni, l’Ufficio censimento degli Stati Uniti ha identificato più di 300 lingue parlate negli Stati Uniti. Nel 2010, oltre 60 milioni di persone che rappresentano il 21% della popolazione totale degli Stati Uniti parlavano una lingua diversa dall’inglese a casa e 38 milioni di quelle persone parlavano spagnolo.

Il multiculturalismo ha una visione diversa dell’assimilazione, sostenendo che la diversità etnica e culturale è una qualità positiva che arricchisce una società e incoraggia il rispetto delle differenze culturali. La credenza di base, alla base del multiculturalismo, è che le differenze di gruppo, in sé e per sé, non scatenano tensioni e la società dovrebbe promuovere la tolleranza per le differenze piuttosto che esortare i membri di gruppi di minoranze immigrate, etniche e culturali a perdere i propri costumi e identità. Vividi esempi di multiculturalismo possono essere visti nelle principali città degli Stati Uniti, come New York, dove quartieri etnici come Chinatown e Little Italy confinano tra loro, e Los Angeles, che presenta molti quartieri diversi, tra cui Little Tokyo, Koreatown, Filipinotown , Piccola Armenia e Piccola Etiopia. L’obiettivo finale del multiculturalismo è quello di promuovere la coesistenza pacifica consentendo a ciascuna comunità etnica di preservare il suo patrimonio e la sua identità unici. Il multiculturalismo è la politica governativa ufficiale del Canada; è stato codificato nel 1988 ai sensi del Canadian Multiculturalism Act, che dichiara che “il multiculturalismo riflette la diversità culturale e razziale della società canadese e riconosce la libertà di tutti i membri della società canadese di preservare, migliorare e condividere il proprio patrimonio culturale.

La fusione promuove l’ibridazione di diversi gruppi culturali in una società multietnica. I membri di gruppi etnici e culturali distinti si mescolano, interagiscono e vivono liberamente l’uno con l’altro con scambi culturali e, in definitiva, incontri interetnici e matrimoni intermedi che si verificano mentre le barriere sociali e culturali tra i gruppi svaniscono nel tempo. La fusione è simile all’assimilazione in quanto una cultura nazionale forte e unificata è vista come il risultato finale desiderato ma differisce perché rappresenta un “melting pot” più accurato che fonde i vari gruppi in una società (il gruppo dominante/mainstream e i gruppi minoritari) in una nuova identità culturale ibrida piuttosto che aspettarsi che i gruppi minoritari si conformino agli standard della maggioranza.

È in corso un dibattito tra sociologi, antropologi, storici e esperti politici sui meriti relativi di ciascun approccio e se descrivono più accuratamente gli Stati Uniti. È una domanda complessa e spesso controversa perché le persone possono confondere le loro ideologie personali (ciò che pensano che gli Stati Uniti dovrebbero lottare) con la realtà sociale (ciò che effettivamente accade). Inoltre, gli Stati Uniti sono un grande e complesso paese geograficamente composto da grandi centri urbani con milioni di residenti, aree moderatamente popolate caratterizzate da piccole città e principalmente comunità rurali con solo diverse centinaia o poche migliaia di abitanti. La natura della vita sociale e culturale varia in modo significativo con l’ambiente in cui si verifica.

Davvero molto  interessante. Mi piacerebbe sapere anche la tua opinione sul fatto che i membri di alcuni gruppi etnici sono in grado di praticare una sorta etnia simbolica, esibizioni limitate o occasionali di orgoglio etnico e identità. Perché l’etnia può essere mostrata in modo facoltativo mentre la razza non può? Ma so già che l’argomento è piuttosto complesso, ed usciamo un po’ dal trend della nostra intervista. Appuntatelo la prossima volta, nel frattempo lascio in sospeso il quesito ai nostri lettori e magari ne possiamo parlare più ampiamente nei commenti qui sotto.

 La tua curiosità non ha limiti né confini, ed è per questo che apprezzo molto i tuoi interventi e le tue relazioni su argomenti piuttosto ostici. Non ti preoccupare. Ho un opinione anche su questo.

Pensi di essere discriminato perché sei bi-razziale? Perché?

No. Assolutamente. Ne faccio una questione di personalità, d carattere, di modo di porsi. Non ho nulla, altrimenti, che mi abbia fatto discriminare.

Pensi di avere il privilegio perché sei bi-razziale? Perché?

 Sicuramente non subisco certi tipi di discriminazione dalla matrice razzista. Non sono un “white passing” perché non sono abbastanza chiaro da passare per persona bianca, ma sufficientemente chiara da non essere discriminato per il semplice essere al mondo. Parliamo di cosa significhi essere bi-razziale: sono parziariamente consapevole e, nello stesso tempo,  inconsapevole di cosa significhi essere neri, non posso negare la verità. E’ certamente un privilegio personale che, però, fa sentire non appartenenti alla comunità nera. E’ un dato di fatto, guardando la questione da dentro un vissuto nella società. Sei nero, ma non considerato abbastanza nero da poter aver vissuto le stesse discriminazioni. Sei bianco, ma non considerato abbastanza bianco da non essere bersaglio di discriminazioni. Ma in discussione non c’è questo. Sono privilegiato sicuramente perché posso attingere ad almeno due realtà, due culture, vedere il mondo sotto una doppia propsettiva ed un doppi standard. Non è da tutti.

 Pensi che la tua categoria razziale definisca “cosa” sei?

 Assolutamente no. Il mio modo di essere lo fa.

Sei mai stato vittima del colorismo inter-razziale o intra-razziale?

Il colorismo non è solo un fenomeno americano. È globale. Il colorismo è la discriminazione basata sul colore e sulla sfumatura della pelle. È un tipo di pregiudizio che consente alle persone di essere trattate in modo diverso in base agli aspetti sociali del colore della pelle. Il colorismo all’interno della comunità nera (intra-razziale, appunto) viene trascurato perché, semplicemente, non è una minaccia per la società. Pochi lo sanno, ma provoca una minaccia all’autostima e alla salute mentale di bambini piccoli, adolescenti e persino adulti. Coloro che soffrono di più per il colorismo e l’autostima sono gli adolescenti. Sono in un’età in cui diventano autocoscienti del loro aspetto e l’attrazione maschile inizia a sbocciare. Il colorismo spesso penalizza le persone dai toni più scuri; è incredibile come la sfumatura di un colore della pelle possa cambiare la vita di qualcuno per sempre. Il colorismo dovrebbe essere combattuto con lo stesso entusiasmo del razzismo.

Lo troviamo negli atteggiamenti di chi, corteggiando una persona, viene facilmente sottovalutato o quando si viene poco rispettati per il proprio  mestiere, perché più scuro. Ho assistito a scene in cui si corteggiava un’ altra persona dalla pelle chiara al fine di avere “bambini carini”. Le nuove generazioni basano il loro “amore” sull’aspetto e non sulla personalità. Tutto è valore nominale e il colorismo è un fattore chiave. Guardando sui social media non c’è quasi nessuna donna dalla pelle scura/marrone che sia glorificata tanto quanto le donne dalla pelle più chiara. Essere neri è diventato qualcosa di “vergognoso” e da qui che poi nascono, paradossalmente, gli episodi di colorismo intra-razziale della peggior specie. Hai mai notato, per esempio, come gli scrittori di colore considerati dei geni, dalla stessa comunità di colore, hanno quasi sempre la pelle chiara? E che dire del business di Hollywood nel scegliere 90 volte su 100, personaggi neri, ma dalla sfumatura più chiara? Insomma è un discorso che trova le sue radici ben lontane nel tempo. Tra neri c’è una sorta di fastidio e/o ammirazione per un colorito più chiaro e questo, spesso, fa escludere dal gruppo chi, invece, ci vuole stare, semplicemente perché ci sta bene.

Il “Colorstruck”, “Colorphobia” o, se preferisci, Colorismo non divide solo la comunità nera. Divide la persona stessa. Ho avuto amici dai toni della pelle più scura che provavano invidia per la mia carnagione. Quando ero più giovane, questa cosa mi confondeva parecchio, perché trovavo, invece che loro avevano un fisico più atletico e lineamenti più belli. Ero forse io che invidiavo loro ed alla mia richiesta di spiegazioni la risposta era sempre la stessa: “perché sei più accettato e attraente”.

Da quel momento ho realizzato il senso del colorismo. Ho acquisto la consapevolezza che esso porta al confronto, il confronto porta alla gelosia e all’odio verso se stessi. Ognuno è nato con uno scopo e questo scopo non dovrebbe essere basato sulla tonalità della propria pelle. Nessuno dovrebbe avere un privilegio migliore dell’altro, ma sfortunatamente è così che è stata costruita l’America. Per cambiare, dobbiamo prima fare cambiamenti dentro di noi e accettare come siamo. Non esiste un modo fisico per cambiare il colore della pelle, in modo naturale. Una volta raggiunta l’auto-accettazione, accettare gli altri intorno a noi migliorerà e il colore della pelle diventerà meno importante. Sarà un duro cambiamento da apportare a livello locale, nazionale e persino globale, ma è qualcosa che deve essere fatto. Ognuno è creato in modo univoco e tutti dovrebbero essere elogiati di conseguenza. Le persone dovrebbero essere viste dal contenuto della loro persona e non dal colore della loro pelle.

Sul tema consiglio ai tuoi lettori tre film molto belli e esaustivi sul tema: “Color Struck” (1925) di Zora Neale Hurston, “Funnyhouse of a Negro” (1964) di Adrienne Kennedy e, più recentemente, “Yellowman” di Dael Orlandersmith (2002).

 

Ti è mai stato chiesto di scegliere una sola “razza” perché non puoi essere entrambe le cose? Cosa hai risposto?

Sì e no. E’ successo qualche volta, ma sempre nell’ambito di conversazioni superficiali e di un’ignoranza becera. È difficile avere una conversazione sulla “razza” con chiunque, non solo con i bianchi. Forse un buon punto di partenza è quello di iniziare la conversazione con chi è in grado di riunire, contemporaneamente, persone bianche e persone di colore. Solo loro possono capire il senso dell’essere “entrambi le cose” e queste domande non verrebbero mai poste.

 Come reagisci alla microaggressione in generale?

 Dipende dal tipo di microaggressione. Io ne considero tre:

I microassalti sono forme evidenti di discriminazione in cui le persone si comportano deliberatamente in modi discriminatori, ma non intendono offendere qualcuno o potrebbero pensare che le loro azioni non siano notate o dannose. Ad esempio quando uno fa uno scherzo a base razziale o usa epiteti (insulti) razziali, per poi finire con un  “stavo solo scherzando”, negando il pregiudizio.

I microinsulti sono affermazioni o comportamenti in cui gli individui involontariamente o inconsciamente comunicano messaggi discriminatori ai membri dei gruppi target. Ad esempio, una persona potrebbe dire ad un asiatico Americano che “parla un buon inglese” convinto sia un complimento. In realtà, una tale affermazione può essere offensiva nei confronti degli americani asiatici, perché si vuole sottolineare il fatto che le persone asiatiche non parlano chiaramente, anche se sono qui da ormai 10 generazioni.

Le microinvalidazioni sono dichiarazioni verbali che negano, rinnegano o minano la realtà dei membri di vari gruppi. Ad esempio, quando una persona bianca dice a una persona di colore che il razzismo non esiste, lei o lui sta invalidando e negando la persona che ha davanti.

Di solito verifico se è realmente avvenuta la microaggressione (chiedendo, per esempio,  direttamente alla persona, cosa vuole significare con la sua battuta); in secondo luogo valuto se la persona merita o no il mio affronto (a volte è meglio risparmiare fiato ed energie!);  infine, se decido di agire, devo considerare come reagire e le conseguenze che la mia reazione può comportare. Il più delle volte, comunque, cerco di spiegare al mio interlocutore dove e perché sta sbagliando. Difficilmente lascio correre, a meno che non mi accorga di avere dinnanzi a me una persona incapace di un qualsiasi tipo di interazione. Potrebbe essere controproducente se non fisicamente pericoloso.

 

Quali sono i vantaggi di essere bi-razziali?

Innanzitutto si ha il vantaggio di avere un’identità molto flessibile ed una cultura molto fluida. Non hai necessità di legarti ad un gruppo specifico, ma, invece, puoi scegliere dove stare, alternativamente. Riesci a pensare fuori dagli schemi di un’integrazione stereotipata, sei progressivo e proiettato verso un futuro globalizzato e multi-identatario.

Quali sono le sfide nell’essere bi-razziali?

 Sfide ve ne sono moltissime e comunque sono molto soggettive. Sicuramente, come già ho detto prima, le persone multirazziali camminano, certamente, per il mondo in modo più flessibile o più creativo, ma, nel farlo, sembrano sfruttare un approccio specifico, un processo specifico a cui, forse, le persone mono-razziali non riescono a pensare (né applicare) altrettanto facilmente.

 

Quale messaggio vorresti dare alle nuove generazioni miste?

Sempre che siano disposti ad ascoltare, alle nuove generazioni,  direi che è giunto il momento di essere a proprio agio nel parlare di “razza”, “razzismo” e relazioni etniche. Devono imparare a pensare fuori dagli schemi, il che  include la comprensione del fatto che le categorie razziali ed etniche sono costruite socialmente, le divisioni biologiche dell’umanità e la consapevolezza che le attuali categorie razziali ed etniche che esistono oggi negli Stati Uniti non riflettono necessariamente le categorie utilizzate in altri paesi .

 

Chi studia, come noi antropologi, l’evoluzione umana, l’epidemiologia e la genetica, è sicuramente qualificato, in modo univoco, per spiegare il perché non esistono distinte razze umane biologiche. Tuttavia, la razza e l’etnia – come costrutti sociali – continuano ad essere usate come criteri di pregiudizio, discriminazione, esclusione e stereotipi.

 

Comprendere poi come ha avuto origine il concetto di razza, come le categorie razziali si sono spostate nel tempo, come razza ed etnia sono costruite in modo diverso all’interno di varie nazioni in tutto il mondo e come le attuali categorie razziali ed etniche utilizzate, ci consente di riconoscere le etichette razziali ed etniche non come divisioni biologiche evidenti degli esseri umani, ma piuttosto come categorie socialmente create che variano a livello interculturale. Quindi inviterei loro a studiare, ad informarsi per poi informare chi ancora fa fatica a scrollarsi da addosso una vecchia concezione di diversità.

Devono dare particolare importanza alla costruzione di una propria consapevolezza culturale. È importante riconoscere che i gruppi in cui ci identifichiamo influenzano come vediamo il mondo. Un modo per allargare l’obiettivo è quello di attingere alle risorse che possono aiutare a costruire la propria consapevolezza culturale.

Quando poi si parla di colori e sfumature della pelle, inviterei ad essere meno color-blind e più color-brave; più coraggiosi nell’avere conversazioni schiette sulla razza che possano aiutare meglio a comprendere le prospettive e le esperienze reciproche in modo da poter prendere decisioni migliori e garantire migliori prospettive per le generazioni future. Conoscere le esperienze e le prospettive degli altri è al centro della nostra capacità di costruire relazioni autentiche. Aiuta ad aumentare la nostra destrezza culturale in modo che possiamo lavorare meglio sulle differenze e si sostengono a vicenda il successo. Riconoscere e discutere della razza è la prima passo verso lo sviluppo e il sostegno di una cultura inclusiva.

Un consiglio spassionato, però, e soprattutto, lo darei ai genitori che crescono ed educano questa nuova generazione Z: abbiate gli strumenti utili per avvezzare i vostri figli. Informatevi anche voi, studiate, vivete in un ambiente culturalmente stimolante e siate meno rigidi nell’esprimere i vostri pensieri. I ragazzi sono delle spugne e come tali sono in grado di assimilare anche le sfumature e le cose non dette.

Amo prendere in prestito la bellissima esortazione dell’amica Mellody Hobson,  “Be curious – Be Bold – Be Forgiving“. Cioè:

Sii curioso. Chiedi agli altri le loro esperienze. Dimostrare sincero interesse a conoscere altre razze e culture e connettersi con le persone come individui. Espandi le tue cerchie per espandere la tua prospettiva.

Sii audace. Guarda le cose attraverso una diversa lente culturale provando qualcosa di nuovo. Partecipare a un festival o evento culturale. Partecipa a un’attività di diversità. Le piccole azioni possono avere un grande impatto. Continuamente mettiti alla prova per uscire dalla tua zona di comfort.

Sii indulgente. Tutti commettiamo errori, quindi assumiamo intenti positivi. Perdona qualcuno che non “capisce” il “giusto.” Aiutali a capire il tuo punto di vista. Guarda le conversazioni difficili come un modo per crescere e costruire relazioni più forti.

Steven, è stato davvero un immenso piacere scambiare con te due chiacchiere relativamente a questo mondo, piuttosto curioso per parecchi. Mi riservo di averti ancora ospite per approfondire alcuni punti qui toccati e che ritengo siano la chiave di volta per una prospettiva davvero (e finalmente!!!) globalizzata. Grazie di vero cuore, per il tuo tempo prezioso, per la tua disponibilità e per la tua santa pazienza.

 

Quando mi hai parlato di questo progetto, non ci ho pensato due volte, conoscendo la tua preparazione e la solida capacità di fungere da ponte tra un gruppo sociale e l’altro, ma, soprattutto, da una generazione all’altra. La tua convinzione di lavorare con le nuovissime generazioni ha la sua logica se pensiamo che loro sono il nostro futuro. E proprio per questo mi troverai sempre al tuo fianco e felice di contribuire, con i mezzi a mia disposizione, all’attuazione di una nuova rinascita, culturalmente globalizzata. Grazie a te per stimolare il mondo in questa prospettiva. Sarai sempre la benvenuta.

 

@Wizzy, Afro Bodhisattva, Entrepreneur, Multipotentialite Wantrepreneur, Physical Anthropologist, Freelance researcher of African Studies, culture, tradition and heritage, CEO Dolomite Aggregates LTD and Founder IG MBA Métissage Boss Academy ,  MBA Metissage & Métissage SangueMisto. 

 

MBA Métissage Sangue Misto.