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Il paesello, dove tutto iniziò. Nella foto, mia nonna Carolina con il padre ed i fratelli.

E’ un periodo che sono concentrata sulle ingiustizie e sulle discriminazioni, dimenticando il mio piccolo rifugio che, spessissimo, negli anni, mi ha salvato dalle emicranie più feroci.  Il rifugio è quel luogo appartenente alla cultura e alle tradizioni di mio padre, uomo molto radicato nella memoria della sua terra natia, nonostante abbia perpetrato grandi gesta in terra a lui straniera.

 

Mio padre non mi ha mai insegnato l’italiano, perché, a suo dire, avrei avuto davanti una vita per impararlo (ed aveva ragionissimo!!!). Con me parlava in Inglese (come con mia madre) e in dialetto vittoriese. Già … era dell’idea che, nonostante il dialetto fosse guardato quasi con disprezzo e considerato lingua dei “contadinòt”, era, comunque un mezzo di comunicazione potente, incisivo, preciso, libero da impacci letterari, naturale come l’aria che respiriamo, sempre pronto ad esprimere i nostri sentimenti in tutte le circostanze liete o tristi della vita. Il dialetto Vittoriese, in particolare, è un dialetto fatto di parole, locuzioni, detti e modi di dire. Un dialetto pregno di significati idiomatici, irripetibili, intraducibili. Storici.

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Borgo Fighera (ex Cartiera) veduta dal “Pian”

Parole come “bocia”, “Bronzsa cuerta”, “Imbriàgo desfàt”; “Far star zo el fià”, “To nona in carriola”, “El giro dea dindia/pitona”, “El me fa zavariar”, “Darghe ‘na sgorlada”, “Contar quea de l’orc”, “Vae a teefonar al duce” …….., tradotti in italiano perderebbero enfasi, ma anche significato.

Papà diceva sempre che l’italiano non sarebbe mai morto come lingua, nonostante, come tutte le lingue del mondo si evolvesse, grazie ai stimoli e alle influenze di altri termini. Il dialetto invece, una delle pochissime cose genuine rimasteci in eredità dai nostri avi, patrimonio storico e tradizionale, è  in pericolo, perché sempre meno persone lo parlano.

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Italo Calvino, nel libro “Speculazione edilizia”, scrisse: “Era ormai nata la civiltà del turismo, e la striscia della costa prosperò, mentre l’entroterra immiseriva e prendeva a spopolarsi. Il dialetto divenne più molle, con cadenze infingarde; il noto intercalare osceno perse ogni violenza, assunse nel discorso una funzione riduttiva e scettica, cifra d’indifferenza e sufficienza”.

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La Torre di Guardia di guardia di San Floriano, costruzione militare che si erge su un dosso di origine artificiale, sulle rive meridionali del lago del Restrello. 

Ecco… ! Un po’ sta cosa mi spiace molto, perché vedo sbiadire un costrutto che ha tenuto in piedi  tutta la mia generazione. Pensare che i miei figli non abbiano avuto la stessa opportunità e lo stesso privilegio di godere dei toni e delle sfumature di un idioma tanto espressivo, mi fa riflettere su quanto importanti siano le radici per ogni singolo individuo e su quanto questo processo di sbiadimento, per effetto del moltiplicarsi dei mezzi di comunicazione e per la crescita generale del grado di istruzione, abbiano accelerato la scomparsa di tante parole comuni, modi di dire caratteristici e proverbi popolari. Certo, non è una cosa strana né sbalorditiva: è un fenomeno di ogni tempo ed ogni luogo, fa parte dell’evoluzione naturale linguistica di ogni popolo, in ogni latitudine. Per di più, sempre riferendomi al dialetto Vittorese, – ed immagino tutti i dialetti, in generale -,  si deve fare una distinzione all’interno del dialetto stesso, esiste qualche differenza, talora sostanziale, fra la parlata del centro abitato e quella dei luoghi posti fuor di mano.

 

Particolare attenzione, papà la porgeva ai racconti di paese, sottolineando ed enfatizzando le battute memorabili di Vittoriesi (in particolare della Vallata – Lapisina – sua terra natia) che per lungo tempo furono ripetutamente raccontate e resero allegri i gruppi e le compagnie del dopocena. Io tengo, con immensa gelosia, orgoglio e gran valore, nelle mia scatola di latta, il mio piccolo taccuino rosso con cui prendevo appunti, mentre papà e nonna Carolina raccontavano le vecchie storie, ora di Tizio, detto così, ora di Caio, detto colà – sappiate che coi sopranomi qui si va a nozze – non ho potuto trascrivere le tonalità né le sfumature delle loro risate per storie che, a mio parere, rasentavano l’incredibile (eh! ai tempi delle guerra, cosa non era incredibile??)… però le ho impresse nella mente e nel cuore. Allora, non avrei mai pensato che mi sarebbero tornate utili, ogni qualvolta mi devo arrabattare tra un cruccio e l’altro, ma ….. credetemi! Quel taccuino è stato (ed è) la mia ancora di salvezza.

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E che pensare dei modi di dire e dei proverbi? Secondo me sono la parte più divertente del modo di parlare. Si usa un linguaggio breve, secco,  sintetico ed essenziale per comunicare il quotidiano, fatto di azioni e sentimenti vissuti sempre negli stessi luoghi e negli stessi modi. E, proprio in questa ripetitività, si cerca di personalizzare  la comunicazione in modo figurato, con brevi espressioni, battute particolari, esclamazioni e approcci diversi al dialogo.

Il ritratto variopinto e affascinante di una realtà sociale fatto di arguzie, valori, senso profondo per le emozioni della vita (felicità e sofferenza assumono vigore viscerale) lasciatomi, in eredità, da papà, che si è sempre espresso con un lessico dalla caratteristica Alpina e conservatrice, ha instillato, profondamente,  in me l’importanza di valorizzare tutti gli elementi della cultura locale, dalla lingua, ai proverbi, ai canti popolari. E’ una ricchezza in cui apprezzo il codice linguistico, perché le parole di cui è composto, significano concetti legati all’esperienza reale di un mondo contadino legato ai cicli naturali. Quel  mondo appartenuto ai miei avi con tutte le sue sfumature che, ancora, ha resistito imperterrito,  nonostante le contaminazioni Nigeriane e Inglesi. Il vernacolo messo in atto dal babbo mio, simile ad altri dialetti veneti nelle etimologie e nelle costruzioni, ma enormemente differente nella pronuncia, nelle elisioni e nella grafia, ha lasciato in me una musicalità che tento di mantenere viva ancora oggi, praticandolo con gli amici, cantando la coralità popolare e di montagna, o leggendo ai ragazzi, poesie e pezzi teatrali, oppure con una bellissima pagina Facebook, per quel che riguarda la “lingua veneta ufficiale”, fonte di storie, tradizioni, proverbi e modi dire. Non è facile, perché nonostante abbia acquisito una buona padronanza delle sfumature, tonalità ed incisività, manca tutta quell’esperienza sociale, individuale, contadina e popolare che lo rende profondamente vecio dialeto.

 

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Un po’ di sollievo lo trovo nel fatto che la lingua veneta (sappiamo che in realtà non esiste una lingua veneta, ma più dialetti ….. ma è giusto per inquadrare il ragionamento!) è ancora una lingua madre, rispetto ad altri dialetti italiani. Infatti, un’indagine ISTAT, dimostra che il Veneto (insieme al Trentino) è la regione in cui il dialetto è parlato di più e non solo in casa, ma anche in situazioni formali.

 

Secondo Ferguson, uno studioso che introdusse il concetto di diglossia (ossia, la compresenza, all’interno di una singola comunità di parlanti, di due lingue –  spesso storicamente contigue – differenziate funzionalmente, una delle quali è utilizzata solo in ambito formale e l’altra solo in ambito informale), persiste il declino dell’uso del veneto (a partire dagli anni Settanta quando sono iniziate le indagini), ma oggi il 42,6% parla esclusivamente veneto in casa, mentre il 29,8% alterna il veneto e l’italiano. Quindi almeno il 72,4 % degli abitanti in Veneto sono venetofoni. Sempre secondo Ferguson, il 14,2% dei veneti parla esclusivamente veneto con gli stranieri, mentre il 32% alterna l’italiano e il veneto. Infatti, secondo un indagine effettuata nel 2010 dall’istituto di ricerca Quaeris, che ha intervistato lavoratori e studenti stranieri soggiornanti in Veneto, il 65 % degli intervistati conosce e parla il veneto, il 33% degli studenti vorrebbe studiare il veneto a scuola. Giuseppe Roncalli, patriarca di Venezia prima di diventare Papa Giovanni XXIII, parlava in veneto con il popolo.

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Ma dove nasce questa lingua non lingua?

 Secondo un bel studio condotto da Johan Schweitz, il veneto nasce come lingua letteraria nel XII secolo e nei secoli successivi si impone come una delle lingue scritte della Repubblica di Venezia, in ambiti ufficiali come le relazioni della diplomazia, le traduzioni (dal latino) delle leggi, le “Mariegole”, gli Statuti Veneti e in iscrizioni pubbliche. Presto, la presenza dei numerosi commercianti veneziani e l’espansione della Serenissima stessa, porta la lingua nella sponda orientale dell’Adriatico, in Levante e oltre, e col tempo ottiene il ruolo di lingua internazionale nei rapporti tra commercianti e navigatori nel Mediterraneo orientale e nella diplomazia turca. La letteratura in questa lingua è fiorente e autonoma, soprattutto fino al Cinquecento, ma anche successivamente;  il teatro e la poesia venete producono capolavori e seguono tradizioni autoctone. Nel Medioevo sono state composte opere importanti in veneto nella matematica e nella medicina. Prima del XV secolo è difficile parlare di una sola lingua veneta: si può argomentare che non esiste una lingua unitaria comparando per esempio il Pavan di Angelo Beolco detto il Ruzante e il Venexian di Andrea Calmo, anche se hanno tratti comuni che distinguono le parlate venete da idiomi non veneti della parte settentrionale della Penisola. I testi veneziani trecenteschi sono ancora leggibili per un parlante del veneto moderno. Si parla di una lingua veneziana impostatasi sulle parlate dell’entroterra veneto a partire dall’annessione alla Repubblica nel Quattrocento, creando dialetti neoveneziani, o volendo, una lingua veneta.

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 Il veneziano non è stato tramandato sistematicamente dallo Stato Veneto, ma si è diffuso nell’entroterra veneto per motivi sociali (il prestigio della nobiltà veneziana). La Serenissima, in molti sensi una città stato basata sul commercio, era uno stato diverso da stati come la Francia, l’Inghilterra, la Svezia (e anche l’Italia postunitaria), basati (almeno a partire dal Romanticismo) sull’idea di un popolo, una lingua, una nazione. All’interno della Repubblica di Venezia, le minoranze greche, slave, lombarde e friulane continuavano a usare le loro lingue, anche in ambiti ufficiali. Se è possibile parlare di una lingua ufficiale della Repubblica, nello scritto, è stata prima il latino, e poi l’italiano. L’uso del veneto da parte dello Stato è stato limitato al parlato e agli scritti menzionati sopra. L’enorme prestigio linguistico e il supporto dei modelli letterari toscani (e la mancanza di modelli letterari autoctoni), la sistematizzazione grammaticale del toscano e l’affinità del veneto al toscano, hanno portato la Serenissima ad adottare una lingua straniera come lingua scritta “ufficiale”. L’area “venetofona” ebbe un ruolo determinante nell’affermarsi del fiorentino illustre come lingua pan-italiana letteraria. Il ruolo di Bembo è stato fondamentale, ma agiva in un ambito che aveva già adottato il fiorentino come lingua letteraria. Il veneto, l’unico rivale del fiorentino a potersi imporre come lingua pan-italiana, veniva squalificato dai veneti stessi.

La dicotomia tra parlato e scritto nella Serenissima persiste in gran parte ancora oggi in Veneto. La percezione della lingua veneta in passato permetteva alla lingua di essere usata nel parlato in tutti gli ambiti, anche ufficiali. Con l’unità e la politica linguistica italiana, l’italiano si impone anche come lingua parlata, ed esclude il veneto dagli ambiti ufficiali. In termini sociolinguistici si potrebbe dire che il veneto scritto ha subito un processo di “dialettizzazione” già a partire dal XVI secolo, mentre dal 1797, e in maniera più sistematica dal 1866, questo processo si estende anche al parlato. Al di fuori dagli ambiti ufficiali e della letteratura più illustre, la tradizione scritta in lingua veneta è ininterrotta a partire dal Medioevo e le classifiche di organizzazioni internazionali, come Ethnologue, confermano l’autonomia e la vigorosità della lingua e così anche l’uso della lingua nella cultura popolare. Oltre all’attività è vivo anche l’interesse per la lingua. I veneti stessi si iscrivono a corsi di veneto per approfondire la propria conoscenza della lingua e stranieri soggiornanti nella regione spesso sentono la necessità e la voglia di imparare il veneto (questo è stato il caso anche dell’autore). Il veneto, tramandato da genitori a figli, senza nessun appoggio o riconoscimento ufficiale (fanno eccezione la legge regionale del 2007 e le iniziative in Brasile), ma invece oggetto di una politica linguistica nazionale ostile, è sopravvissuto per 150 anni nello stato italiano, il che dimostra lo stretto legame tra i parlanti e la lingua.

 

Insomma! Parecchi puntano sul fatto che, per non farla morire, bisognerebbe studiarla a scuola, sta lingua benedetta. Mi chiedo quale tra le innumerevoli inflessioni si potrà mai scegliere, come lingua veneta ufficiale.

Ho la netta sensazione che, nonostante l’impegno della frangia più conservatrice della nuova generazione, a non far morire il vernacolo, la mia scatola di latta farà una fine miserabile, tra la polvere  o qualche ratto illuso di trovare cibo al suo interno. Ciò che contiene quel taccuino è una lingua parlata, non propriamente un vernacolo. E come tale è destinata a morire, perché considerata inutile, poco aristocratica, poco colta. Io la manterrò viva, finché avrò fiato, perché fa parte di me, della mia storia e delle mie origini. Manterrò le tradizioni di questa vallata, anche dall’altro capo del mondo, dove già sventola la bandiera della Serenissima  sui rigogliosi alberi di mango, dove mangiare polenta e scioss, a sei gradi sotto l’equatore, non è più uno schock, e dove, ormai, tra un “zio ken” e un “bestemon”, al mercato del villaggio, sanno tutti rivolgerti un incipit doc, importato da mio padre: “Maaaa Andeeee’ in mona”!

 

 

@Wizzy, Afro Bodhisattva, Entrepreneur, Multipotentialite Wantrepreneur, Physical Anthropologist, Freelance researcher of African Studies, culture, tradition and heritage, CEO Dolomite Aggregates LTD and Founder IG MBA Métissage Boss Academy ,  MBA Metissage & Métissage SangueMisto. 

 

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