“It’s not about me. It’s about the people I represent.”

“Non stiamo parlando di me. Stiamo parlando delle persone che io rappresento”

Voglio aprire questo nuovo incontro settimanale, con un piccolo pensiero di ringraziamento, rivolto a tutti voi, semplici  lettori passivi, partecipanti, interagenti e morbosi voyeur dalle dita atrofizzate, per quello che mi state aiutando a realizzare con questo nuovo e ambizioso progetto.  Un sentito trasporto di gratitudine, invece, a tutti voi che avete condiviso (e continuate a farlo con entusiasmo e reale partecipazione) le vostre storie. Sono più che onorata e grata della vostra fiducia e franchezza. Sono sicura che le vostre esperienze miglioreranno la vita di molte persone e che le vostre esperienze sono di grande ispirazione a quanti ancora faticano a trovare un equilibrio ed una serenità personale.  E’ una gioia, per me, sperimentare questo delicato viaggio con tutti voi, un viaggio nella vostra/nostra sfera personale, che sino ad oggi ci si faceva remora a raccontare, a condividere e a spartire con emeriti sconosciuti. Non avrei potuto chiedere compagni migliori.. Non vedo l’ora di vedere e vivere, insieme,  l’impatto che tutti voi /noi avrete/avremo sul futuro mondo mixed.

Vogliamo tutti appartenere. Appartenere è nella nostra natura di esseri umani. Abbiamo tutti bisogno di persone intorno a noi con cui poterci relazionare e condividere le identità fondamentali, mentre cerchiamo di giostrarci in un mondo che, a volte, può farci sentire molto soli ed essere opprimente.

È innegabile che uno dei modi più semplici, con cui cerchiamo di trovare l’appartenenza, sia attraverso le nostre identità “razziali”, mentre gravitiamo verso coloro che appaiono fisicamente simili e che possono avere i nostri stessi valori. Come viene raggiunta questa ricerca di appartenenza da parte di persone di “razza mista”? (“Razza mista” è un termine molto ampio, socialmente costruito, come tutto il linguaggio razziale contenuto nelle virgolette). Non esiste una “comunità di razza mista” fissa, alla quale possiamo unirci, né c’è una “storia di razza mista” storica, di cui possiamo essere orgogliosi.

Come donna mista, un sentimento a cui mi sono potuta riferire, sin dalla notte dei tempi, mentre tentavo di trovare chiarezza nella mia identità,  era un senso di “nulla”. Con la costante domanda del “che cosa sei?”, da parte di coloro che si sentivano a disagio con l’ ambiguità razziale, si ricordava, alle persone miste come me, che la ricerca di appartenenza non era un compito facile. In effetti, gli adolescenti misti,  hanno il doppio delle probabilità di sperimentare l’esclusione sociale e il rifiuto, rispetto alle loro controparti “monorazziali” e possono avere gravi implicazioni per la loro vita sociale e la salute mentale.

Le persone miste spesso non hanno altra scelta che optare per uno dei gruppi a cui appartengono, e tentare di trovare inclusione e appartenenza all’interno di questa comunità razziale prescelta, proprio come il bambino che arriva in una nuova scuola, e che cerca di socializzare con gruppi di amicizia preformati, vicini alla sua estrazione sociale. Questo può portare a un sentimento coniato come “la Sindrome dell’impostore razziale“.

La Sindrome dell’Impostore razziale si riferisce a un sentimento in cui qualcuno di misto non crede di avere il diritto di rivendicare veramente nessuna delle razze a cui appartiene.  È una sensazione di non essere abbastanza “neri”, “bianchi”, “asiatici” o “latini” e così via …… (ricorda che, anche se questo blog è tendenzialmente rivolto a misti bianco/nero, la “razza mista” non è esclusivamente un mix di questa estrazione).

Si pensa spesso che le persone miste cerchino vari modi per trovare l’accettazione nella razza prescelta. Ad esempio, interessandosi maggiormente allo studio e all’apprezzamento della cultura di una delle loro razze, anche più di quanto farebbe una persona monorazziale, per paura di essere etichettati da altri come un estraneo o un falso. Quando una persona di razza mista si unisce, in uno spazio riservato, alle persone monorazziali, la loro identità può sembrare performativa, soprattutto se non parlano correntemente la lingua, se non hanno lo stesso accento o se la loro carnagione e le caratteristiche sono significativamente diverse.

Con i matrimoni misti in aumento, gli individui bi-razziali rappresentano ora gran parte della nostra attuale società. Formare un senso di identità personale razziale è un processo complicato e può continuare nel corso della vita. Esistono molte ricerche incentrate sull’identità etnica delle minoranze e su come questa parte di popolazione abbia difficoltà a definire la propria identità razziale nella società.

Perché è importante formulare un’identità razziale? Lo sviluppo dell’identità razziale è importante per diverse ragioni. In primo luogo, aiuta a modellare gli atteggiamenti degli individui verso se stessi, gli atteggiamenti nei confronti degli altri nei loro gruppi razziali /etnici e gli individui di altri gruppi razziali /etnici e gli atteggiamenti nei confronti degli individui della maggioranza. In secondo luogo, dissipa il mito della conformità culturale secondo cui tutti gli individui appartenenti a un gruppo minoritario sono uguali con gli stessi atteggiamenti e preferenze. Entrambi questi problemi portano all’idea che ci sono diversi livelli di sviluppo e atteggiamenti specifici associati a questi vari livelli.

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“Sono molto a mio agio con ciò che esattamente sono. Sono ciò che sono. E ci sto bene. Potresti aver bisogno di comprenderlo, ma io ci sto bene. Se il tuo desiderio è contestualizzarmi, ebbene.. ti darò un contesto su cui sbizzarirti.” – Eva Rinaldi

Oggi vi presento Eva, un’altra mia amica d’infanzia, conosciuta durante una delle allucinanti ed estenuanti battute di caccia domenicali organizzate dal mio babbo, in Nigeria. Ci siamo ritrovate, dopo decenni, grazie a questi meravigliosi strumenti che sono i social, per scoprire che, intimamente, poco è cambiato tra di noi. Con lei sono doppiamente meravigliata, perché mai avrei pensato che mi avrebbe permesso di condividere, pubblicamente, la sua esperienza di vita e di consapevolezza del suo essere mixed. Non è una persona che passa il tempo a contemplare se stessa o la sua identità; lei è quel tipo di donna che si alza al mattino, si guarda allo specchio e sa esattamente chi è e che cosa vuole da quella giornata.

Benvenuta Eva! E’ bello ritrovarti su un panel che non è propriamente professionale, come siamo, di solito, abituate. Allora… che mi dici di te?

Ciao Wizzy! Sono io ad essere onorata ed investita da un senso di gratitudine per il lavoro che stai portando avanti con la determinazione e la forza che ti contraddistingue, nonostante, mi pare di capire, in Italia non abbia ancora una vera risonanza e le persone non hanno ancora sviluppato una importante consapevolezza sul tema. Sono sicura che la tua prima pietra e la tua intelaiatura, farà seguire una vera opera d’arte.

Sono la seconda di 6 fratelli (4 ragazze e 2 ragazzi), nata a San Francisco, ma cresciuta in diverse parti del mondo. Mio padre, afro-americano di origini italo-tedesche, era un professore universitario ed insegnava nelle varie facoltà americane in tutto il mondo, mentre mia madre, un’artista molto apprezzata e un’attivista, è di origini irlandesi e portoricane. Come te, sono nata in un’epoca in cui le relazioni interrazziali non erano così comuni come oggi, ma fortunatamente, grazie ad una famiglia eclettica e culturalmente aperta come la mia, in casa si è sempre affrontato il discorso della “razza”.

Dove sei cresciuta? In quale ambiente sei vissuta? Prevalentemente bianca o nera?

Devo dire di essere sicuramente cittadina del mondo. A parte i primissimi anni della mia infanzia, vissuti in California, mio padre venne trasferito in varie nazioni dell’Africa (tra cui, appunto la Nigeria, della quale ho un ricordo struggente), dell’Asia e in Europa. Tutta la famiglia sempre al suo seguito, quindi anche la mia educazione scolastica si è arricchita di una pluralità di esperienze culturali molto differenti. Non ho avuto una prevalenza di ambiente monotematico in cui relazionarmi, ma, semmai, un banco di prova di ciò che è un vero pluralismo di società.

Non oso nemmeno chiederti quante lingue conosci e che tipo di educazione hai ricevuto.

E perché mai? Parlo, scrivo e mi confronto perfettamente e quotidianamente in sei lingue (Inglese, Francese, Italiano, Tedesco, Portoghese e Russo); ora sto ripassando il cinese (che già avevo studiato quanto eravamo a Singapore) e vorrei imparare l’arabo. Ho frequentato le nursery e le primarie americane e africane, la high school asiatica, il College e l’Università tra l’ UK e gli States. Ho una laurea, con PhD, in Scienze Psichiatriche e Neuroscienze, ma alla fine ho deciso di fare tutt’altro della mia vita. Vivendo a NYC gestisco una mia galleria d’arte e collaboro con il MOM e le maggiori gallerie d’arte del pianeta.

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 Come hai vissuto la tua infanzia in questo turbine di arricchimenti?

Ho avuto un’infanzia davvero meravigliosa. Avevo la percezione di essere una bambina molto fortunata e di avere anche una famiglia molto amorevole, unita e solidale, in cui albergavano diverse origini etniche e razziali.

Quindi avevi già consapevolezza di “cosa” eri?

Non proprio. Ero troppo piccola per capire certe cose, ma ho avuto  genitori che hanno saputo fare un ottimo lavoro su di noi e ripararci da commenti inopportuni, dagli sguardi curiosi o piccole cose di questo genere. Io, d’altro canto, vivevo come in una favola: sempre luoghi diversi, sempre nuovi amici, sempre nuove sfide da affrontare. Era tutto diventato adrenalinico. Tutto quello che sapevo era che avevo con me la mia famiglia e questo era sufficiente per superare qualsiasi difficoltà. Quella era “solo” la mia vita, la mia dimensione, la mia realtà. Crescendo, durante la mia adolescenza, la musica cambiò. Al liceo frequentavo amici della scuola (privata) e amici fuori dalla scuola. Erano molto diversi tra loro. Ciò non significa che gli uni erano meglio degli altri. Semplicemente erano diversi, con altri vissuti, che poi ho imparato a conoscerli.  Mi sono sempre sentita come se stessi andando avanti e indietro in un certo senso rispetto al semplice essere me stessa. Questo non vuol dire che non ero me stessa, ma, al liceo non sei sempre così sicuro di te. Non sei radicato in ciò che sei.

Com’è stata la tua esperienza scolastica, rispetto all’essere mixed?

Premetto che essendo multirazziale, ho avuto un’esperienza generale forse meno traumatico di un bi-razziale. Sono quel fenomeno che qui negli States codificano con un LSLH, cioè Light-Skined-Long-Hair (capelli chiari e lunghi) ed è chiaramente un privilegio che deriva dall’essere di pelle chiara con i capelli lunghi. Fino alle primarie ho avuto esperienze di vario genere, sempre piuttosto rispettose (o almeno, io le percepivo così) trovandomi, per esempio, chiara tra gli africani, “esotica” tra gli asiatici, “latino” tra gli americani e “indiana” tra gli europei. Al liceo, e poi all’università, il gioco del  “What are you mixed with?” (con cosa sei mescolata?) si è fatto più assordante, perché era un continuo voler capire chi ero e in quale casella dovevano inserirmi. Il più delle volte l’assalto diveniva estenuante, ma fortunatamente, orgogliosa delle mie plurime origini, e grazie allo spirito fermo acquisito nel tempo, ho superato le mie varie transizioni di identità attraverso l’adolescenza e la prima età adulta.

Quando hai realizzato di essere bi-razziale?

Mi sono scoperta multirazziale – e non bi-razziale – già in famiglia. Vivere in un clan come il mio, dove ogni componente reclama, in modo molto naturale, la sua parte, è un’occasione in cui impari subito come gesticolare all’italiana, ballare alla portoricana, affrontare i problemi come un irlandese ed essere pragmatica come un afro-americana. Quindi sì, direi sin dall’infanzia. Tieni conto, anche, che della diversità, oltre che a respirarlo in casa, se ne discuteva spessissimo.

Quindi, sostanzialmente come ti identifichi?

Assolutamente sono multirazziale o multiculturale, se preferisci.

Ci sono circostanze in cui cambi il modo in cui ti identifichi, visto la capacità camaleontica della tua apparenza e la conoscenza della maggior parte delle lingue più parlate nel mondo?  

Sinceramente no. Nel mio lavoro non ho necessità di fare questi giochetti, perché il mondo dell’arte è un mondo eclettico e globale, dove le differenze sono le basi di qualsiasi tipo di rapporto umano, sociale e professionale.

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Sperimenti mai la prevalenza di una “razza” sull’altra? Ti è mai stato chiesto di scegliere tra i tuoi diversi gruppi razziali?

Assolutamente no. Sono consapevole delle mie diversità culturale e ne vado molto orgogliosa. Viaggio in una perfetta intersecazione tra una cultura all’altra senza pormi alcun problema.  Il vero problema è l’atteggiamento delle persone davanti alla mia presenza. E questa cosa mi è successa solo qui negli States, quando ancora ero al liceo. Essendo una persona mista, che non sembrava mista, dovevo sempre mettermi alla prova. Mi trovavo spesso in mezzo a gente (per lo più monocraticamente bianca) che aveva bisogno di appiccicarmi addosso un’etichetta, trattandomi come un solo lato dello spettro del mio essere. Dovevo essere per forza qualcosa, o bianca, o nera o latina … qualcosa.. mai la mia interezza.

 E quando non ti considerano nella tua interezza, come reagisci? Cosa provi?

Sinceramente, trovo che questo non sia un mio problema, ma una loro mancanza di rispetto e comprensione per l’essere più complesso delle altre persone. Ognuno è diverso. Ognuno ha opinioni diverse. Potresti pensare che la tua strada sia giusta. La tua religione sia quella giusta. La tua opinione politica sia giusta. Ma se non hai le basi fondamentali del rispetto per le persone, non puoi essere in grado di risolvere un’equazione così complessa.

Immagino quindi che le persone sbaglino spessissimo a classificare la tua provenienza/”razza”. Come ti inquadrano?

A dir la verità se l’asciugano tutti con un “latina”. Forse qualcuno ha azzardato indiana (pellerossa), ma il più delle volte passo per “latina”.

Che rapporti hai con la religione?

Ho un profondo rispetto, indistintamente, per tutte le religioni del pianeta. Mi sento molto più vicina a quello orientale in genere, che però non considero una vera religione, ma un modo di vivere. Nella mia vita c’è uno spazio per la profonda meditazione vipassana, che mi aiuta a guardarmi dentro e vedere chiaramente ciò che altrimenti non riuscirei a vedere; c’è spazio per il Pooja induista, dove però la mia divinità diventa l’energia cosmica; c’è spazio anche per il Minzoku Shinto giapponese e il daoismo cinese.

Sei mai stata vittima del colorismo interazziale o intrarazziale? Se sì… puoi raccontare una tua esperienza dell’uno e dell’altro? E come hai reagito? E … perché, secondo te, esiste questo fenomeno?

Crescere come una persona, multirazziale,  in America mi ha fatto conoscere alcune cose di cui mai ne sarei stata consapevole. Sicuramente il classico razzismo bianco vs nero,  è al primo posto e, nonostante gli infiniti movimenti per i diritti civili, abbiano coinvolto neri, ebrei, asiatici e chicanos, una moltitudine di persone sono ben consapevoli che vi siano leggi che non siano ugualmente applicate a tutte le persone. In secondo luogo, sempre qui in America, ho scoperto una sottocultura del razzismo ed è quella intrarazziale. Sì. Da giovane ne sono stata vittima molto più di spesso. E specialmente tra i neri. La sfumatura più chiara della mia pelle mi ha esclusa da vari gruppi sociali, confinandomi in un rozzo pregiudizio e discriminazione  intrarazziale. Mi è capitato, per esempio, una volta, di essere stata invitata a giocare a basket, da alcune amiche nere, in una zona, generalmente indicata come off-limits a New York. La mia sorpresa è stata grande quando ne è nata un terribile litigio, tra queste mie amiche ed altre ragazze di quella comunità. La disputa ero io, rea di non essere gradita tra di loro per il colore della mia pelle (!!!???) e per quel mio fare un po’ da francesina. E’ stato uno spettacolo deprimente e talmente ridicolo, che le mie amiche si sono affrettate a chiedere scusa per l’accaduto. Non ce n’era bisogno.. non ero così sprovveduta! Ma l’accaduto mi lasciò molto inquisitiva. Che essere bianchi e/o di pelle più chiara, in America, sia sinonimo di bellezza e perfezione è risaputo, come è risaputo che essere neri è indice di bruttezza, sporcizia e inciviltà. Tutti stereotipi pieni nei libri di storia, ma altrettanto reali nella quotidianità di questo paese.

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E davvero allucinante, ma ti capisco benissimo. Assistiamo alla stessa cosa anche in Italia, anche se non a questi livelli e trovo la cosa alquanto raccapricciante. Cosa ne pensi delle bistrattate parole come “Mulatto” e “Half-Caste”?

Ne abbiamo discusso spesso, Wizzy, e come sai, sono d’accordissimo con te su questo punto. Sono parole. Sono parole che portano in sé un vissuto storico e di semantica importante. Ma fanno parte della nostra storia. Rinnegarle è come rinnegare se stessi e le nostre origini. E poi.. dove la mettiamo questo benedetto diritto di identificarci con il nome che più ci piace? E chi sono gli altri da dover giudicare la mia scelta? Io sono anche latina, e la parola Mulatta fa parte del mio lessico, come tu sei Nigeriana e Half Caste fa parte del tuo. Nonostante non le usi per gusto mio personale, rivendico però il diritto di usarlo a mio piacimento e tu hai il diritto di infastidirti per lo stesso motivo. Non vedo dove stia il problema. Non ti piacciono? Non le usi. Ti piacciono? Le usi.

Sei mai in conflitto con la tua identità culturale e razziale?

Mi è piaciuta molto la tua introduzione ed il discorso che hai fatto sulla Sindrome dell’Impostore razziale, concetto davvero poco trattato e, come sempre, ti ringrazio di averne fatto cenno. Come hai spiegato eccellentemente tu, la Sindrome di Impostore razziale è la sensazione di non appartenenza. È una sensazione con cui molte persone multirazziali hanno familiarità. Significa sopportare una pressione costante per scegliere un gruppo o un altro, ma mai entrambi. Molte persone non sembrano avere familiarità con la realtà dell’essere multirazziale. Presumono che si tratti solamente di avere pelle chiara, capelli ricci e caratteristiche stereotipicamente attraenti. Tuttavia, il fatto è che le persone miste non sembrano sempre uguali. Possono spaziare da un latino passante per bianco, che si sente come un estraneo nella propria comunità, a una ragazza bi-razziale che fatica a relazionarsi con una parte della sua eredità più dell’altra. Come adolescente multirazziale ho sicuramente sperimentato (sporadicamente, per fortuna) questa sindrome; la mia carnagione è molto pallida, specialmente in inverno, e solo i lineamenti del mio viso e il tipo di capelli potrebbero rivelare indizi sulla mia origine. Tuttavia, quando ero più giovane, mi trovavo di fronte a persone che cercavano di ridurre la mia identità razziale a frazioni di “metà di questo” e “quarto di quello”, il che mi ha fatto ulteriormente mettere in discussione il mio diritto di rivendicare le altre mie origini. E la mettevo in discussione con atteggiamenti davvero ridicoli, come verificare che le persone non sapessero che tipo di musica ascoltassi (adoro il blues di ghetto e la musica di Motown, troppo “nera” per far parte del mio repertorio di classicista), oppure stare molto attenta alla mia dizione inglese (che non fosse troppo Newyorkese)… insomma … piccoli stratagemmi per nascondere la mia vera identità. Ora, le mie erano temperati tentativi di definire con forza ciò che volevo essere, ma mi rendo conto che non sia un argomento così stupido. È frustrante sentire che potresti dover difenderti per aver scelto di abbracciare un lato culturale e razziale di te che ha avuto un ruolo importante nella tua vita e ha modellato i tuoi valori e interessi, tutto a causa di come potresti apparire o sembrare.

Ritieni che la tua categoria razziale definisca “cosa” sei?

In un certo senso sì. In un mondo ideale, la “razza” non sarebbe il fenomeno costruito che si è rivelata essere, ma la verità  è che la “razza” esiste in quanto tale e negare la sua esistenza significherebbe ignorare il suo significato sociale. Sono sì multirazziale, ma ciò significa, anche, che posseggo molte altre  identità alternative e che nulla hanno a che fare con la razza; sono anche una gallerista, una psichiatra, una Superfan di Beyoncé e una donna poliedrica che possiede la capacità di fluire dentro e fuori dalle identità come vuole. In altre parole, ho ridotto la pressione su me stessa, nel voler sviluppare un’identità razziale forte e concreta, perché in realtà, riducendomi a nient’altro che una “razza”, respingo le meravigliose complessità che detengo come persona umana. Ho trovato l’armonia con le identità che risiedono in me e la fiducia per abbracciare ciò che è naturale.

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Come vieni trattata dai membri della tua famiglia? (sia quella bianca che quella nera)

Ogni gruppo famigliare rivendica la sua cultura e la sua tradizione. Giustamente. Ma interagiscono molto naturalmente con me, senza fare alcun tipo di pressione.

Come reagisci alle micro-aggressioni in genere? A domande o uscite tipo “posso toccarti i capelli?”, “sembri così esotica”, “non sei come gli altri misti”, “ma parli bene l’italiano”.

Sinceramente non reagisco. Penso sia da menti mediocri permettersi certi discorsi e non credo meritino la mia attenzione.

Quali sono le sfide ed i benefici di essere Bi/Multirazziale?

Trovo che ve ne siano davvero tantissime. Ne cito solo alcune. Uno dei benefici è il fatto che le identità multiple portano a ciò che amo chiamare “flessibilità dell’identità“. Praticamente siamo in grado di attraversare ed interagire in spazi diversi più facilmente rispetto alle persone provenienti da ambienti mono-razziale. Inoltre abbiamo una mente molto più aperta, in grado di accettare, con naturalezza, tutte le culture. E dove esistono divisioni (anche tra gli stessi gruppi, per esempio divisioni tra neri più chiari e quelli più scuri), essere multirazziale e multiculturale, ci  permette individuarle e smorzare l’aggressività che si portano dietro. Questa  malleabilità è uno strumento aggiuntivo e molto prezioso per affrontare le varie sfide della vita. Grazie a questa caratteristica, ed al fatto che abbiamo un forte impatto positivo sulla nostra società, possiamo definirci costruttori di un ponte razziale; un ponte tra la società nera e bianca, o di altri gruppi.

La sfida, invece, risiede nella capacità di affrontare uno dei problemi più radicati nel nostro essere. Non esiste una personalità intrinseca legata alla “razza”; ciò che si sviluppa è una complessa interazione tra definizioni individuali e sociali. Ci si aspetta che gli individui si posizionino “accuratamente” all’interno delle strutture razziali stabilite. La lotta si stabilisce tra il modo in cui scegliamo  di definirci e il modo in cui la società ci vede. Poiché la nostra società è” razzializzata”, sembra necessario collocare le persone in varie categorie. La difficoltà sorge quando alcuni individui non rientrano in una categoria. Ed ecco la necessità di avere spazi e gruppi come questo che hai creato, in cui sentirsi a proprio agio e supportati; un luogo da cui iniziare a a colmare le differenze tra tutte le nostre diversità ed identità. E’ un dato di fatto, e non bisogna negarlo, che i gruppi Bi-Multirazziali vengono spesso esclusi da tutti i gruppi; c’è una forte tendenza a chiudere e rimanere nella propria cultura o gruppo, e proprio da questa orribile esperienza, abbiamo imparato come non ricambiare questo vergognoso atteggiamento e, invece, introdotto un’idea diversa di inclusione.

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Che messaggio ti piacerebbe dare alle nuove generazioni miste?

Racchiuderei tutto  il senso del mio messaggio nelle parole del Mahatma Ghandi: “We must be the change we wish to see in the world.” Le persone bi-multirazziali e bi- multiculturali sono quel cambiamento. La vita è dinamica e in continua evoluzione e, nonostante la cultura “razzialmente” fissata in cui viviamo, gli individui trovano il modo di adattare o rifiutare ciò che accade intorno a loro. Le generazioni future, per fare questo, devono possedere la CONSAPEVOLEZZA e la COMPRENSIONE di cosa significhi il loro essere e la loro responsabilità di “ponte”. Senza questa consapevolezza (in inglese “awareness” ha un significato molto forte), non potranno andare da nessuna parte. E lo strumento della consapevolezza lo devono dare i genitori, accompagnandoli  nella crescita con una chiave ben più articolata di una personalità mono-culturale. E quando giungono al punto in cui si sentono confusi, perché  la società impone loro una scelta (che non è possibile fare)… ebbene.. si devono ricordare che non è necessario appartenere ad alcun gruppo e che bastare a se stessi, nel significato più profondo, è uno degli scopi di questa vita. La vecchia e super datata filosofia del “Tragic Mulatto” è qualcosa da gettare letteralmente dalla finestra; non vi è nulla di tragico; l’esperienza di ognuno di noi è unica, nella sua diversità. E non è un cliché, né un pensiero scontato, ma educare la gente a ciò che siamo nella nostra semplicità è diventata la nuova missione delle generazioni future (a dir la verità, penso che tu stia già anticipando i tempi! E sono davvero felice di far parte del progetto); siamo individui, esseri umani, non siamo classificabili e proprio per questo siamo esseri fluidi e flessibili in grado di influenzare positivamente ed educare chi vede e giudica solo in base all’apparenza, alla provenienza, al colore della pelle….

I ragazzi bi-multirazziali devono mettersi in testa che siamo esattamente come tutti gli altri. Le nostre storie non sono sempre ordinarie; il nostro background e la nostra educazione possono essere spesso complesse e varie. Ciò con cui scegliamo di definirci non è affare di nessuno. Che provino  a camminare nelle nostre scarpe, invece di giudicarci per i privilegi che molti di noi, invece, respingono con veemenza. Solo perché siamo onesti sulla nostra identità, non significa che non lottiamo per l’uguaglianza in modo diverso. Ed è per questo che dobbiamo imparare a celebrare la nostra unicità, senza doverci sentire minacciati. Dovremmo essere in grado di scegliere ciò che diciamo alle persone di noi stessi senza sensi di colpa.

Ciò che è importante ricordare qui è che, indipendentemente da come ci si tenta di presentare, le persone decideranno, comunque, per te, cosa sei e quale deve essere la tua identità, alle loro condizioni, e ti tratteranno di conseguenza. Voi, questo, non lo dovrete mai permettere e per fare questo dovete avere la consapevolezza di chi/cosa siete (non mi stancherò mai di ripeterlo!). Pertanto dovete prima essere sereni con voi stessi, prima di poter affrontare il mondo là fuori.

WOW, Eva, è stata un’esperienza pazzesca, la chiacchierata con te oggi. Mi piacerebbe continuare all’infinito a confrontarmi con te su questo argomento, ma mi riservo di averti ancora ospite, se me lo concederai, sul mio panel. Ti ringrazio per il tempo dedicato e, desidero lasciarti con il mio slogan, sdoganato in una notte insonne di questo assurdo isolamento in cui ci hanno collocato: BROWN IS THE FUTURE!

E’ stato un vero piacere, Wizzy. Non amo parlare di queste cose e devo dire che hai una capacità unica nell’invitare le persone ad aprirsi ed a scorgere la vera essenza. Sono io a ringraziare te per aver svolto egregiamente il mio ex lavoro da psichiatra, senza nemmeno farmelo pesare. BROWN IS THE FUTURE! Forever!

Accidenti! Un complimento così non lo avevo mai ricevuto! Mi sento investita di troppa responsabilità. 🙂 

 

@Wizzy, Afro Bodhisattva, Entrepreneur, Physical Anthropologist, Freelance researcher of African Studies, culture, tradition and heritage, CEO Dolomite Aggregates LTD and Founder MBA Métissage Boss Academy . & Métissage SangueMisto.