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Valori universali e senza tempo, troppo spesso calpestati dalla mostruosità di chi solo sa giudicare l’apparenza. Oggi il mio sguardo si volge altrove. Ma nemmeno tanto altrove.

Un leggero filo lo lega a quello che è il nostro tema conduttore: il meticciato per l’appunto.. The Elephant man è la storia – drammaticamente vera – di Joseph Merrick, affetto da una malattia incurabile che lo rese mostruosuamente deforme.

 

Trattato alla stregua di un animale, esibito come fenomeno da baraccone in diversi Freak Shows da un uomo senza scrupoli che vede in lui solo una fonte di guadagno, l’”Uomo Elefante” viene salvato da un giovane luminare che gli procura una stanza dove dormire nell’ospedale dove lavora. Lentamente Joseph inizia una nuova vita e, ancor più importante, ritrova una dignità che mai gli era stata riconosciuta per via della sua miserevole condizione fisica. Le violenze, la derisione, i soprusi del passato sembrano solo un ricordo, grazie all’atteggiamento premuroso del dottor Treves, che riesce pian piano a penetrare all’interno di quel corpo così ripugnante, per incontrarvi un animo nobile e gentile.

 

Questa discrasia tra il reale (il corpo) e l’intangibile (l’anima) è un viaggio teso ad andare oltre le apparenze, oltre il superficiale e il tangibile. Il “mostro apparente” è capace di regalare agli altri un universo di poesia e di bellezza, sovvertendo il putrido sistema di vuote apparenze, di fasulle perfezioni, di oscene ostentazioni artificiali cui siamo ormai assuefati. La storia di Merrick è in fondo la storia della nostra ipocrisia, del nostro proverbiale rifiuto ad accettare l’altro e, richiuderci, stomachevolmente, in un tanto rassicurante quanto inutile culto della bellezza omologata. Si ha paura e non si sa accettare il diverso. Lo si emargina.

 

C’è un breve passo, direi molto commovente ed è quando Joseph scappa dalla folla che barbaramente lo insegue, per poi gridare con voce sempre più flebile: “non sono un animale…sono un essere umano…un uomo!”. E’ l’unico lamento che leggiamo, parole laceranti cariche di effetto, atto di redenzione dopo anni e anni di discriminazione, passati al freddo delle roulotte o nello sporco delle gabbie dove era rinchiuso. Una situazione davvero Dis-Umana. La fine di tutto arriva, con un finale forse scontato, ma pieno di poesia. Dopo aver ringraziato il chirurgo, Joseph si sdraia supino sul letto, togliendo tutti i cuscini che fungevano da sostegno per la massa abnorme del capo.

 

Egli sa che tale posizione di riposo, uguale a quella degli esseri “normali”, gli provocherà la morte per soffocamento; oramai deciso, muore nella serenità e nella pace che ha sempre desiderato e mai avuto. La madre lo accoglie nell’infinito dell’universo citando il monologo “Niente morirà mai” di Tennyson. Mai, oh mai…niente morirà mai, l’acqua scorre, il vento soffia, la nuvola fugge, il cuore batte, niente muore…… Treves ha uno straordinario effetto liberatorio, con la conseguenza che una dopo l’altra cadono dai volti dei diversi personaggi le loro maschere.

Così, l’insistenza di voler etichettare a tutti i costi chi apparentemente sembra diverso. Di ricordare con una ricorrenza quasi maniacale, che “non sei dei nostri” perché arrivi da chissà quale altro pianeta. Che “non hai radici” quindi “non sei definibile”. La cattiveria umana rasenta picchi a dir poco stomachevoli, soprattutto in luoghi dove l’ignoranza va di pari passo con l’idea che per ESSERE devi per forza AVERE. Sarei anche d’accordo, se l’avere consistesse in ricchezza d’animo, ma non è così. Eppure chi punta il dito così facilmente, stupidamente e superficialmente, ha fatto male i conti. Non ha considerato che alcuni di noi (e siamo davvero tanti!) non ci stanno. Che siamo fermamente convinti che, davvero, “Niente morirà mai” e che, piaccia o no, esistiamo nella nostra interezza!

 

@Wizzy, Afro Bodhisattva, Entrepreneur, Physical Anthropologist, Freelance researcher of African Studies, culture, tradition and heritage, CEO Dolomite Aggregates LTD and Founder MBA Métissage Boss Academy . & Métissage SangueMisto.