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Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare, chiese aiuto ad una rana che si trovava lì accanto.

Così, con voce dolce e suadente, le disse: “Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda.”

La rana gli rispose “Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!”

“E per quale motivo dovrei farlo?” incalzò lo scorpione “Se ti pungessi, tu moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei!”

La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell’obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua.

A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione.

 Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all’insano ospite il perché del folle gesto. “Perché sono uno scorpione …” rispose lui “E’ la mia natura!”

 

Quasi tutti conoscono la favola della rana e lo scorpione. Spesso attribuita ad Esopo, in molte varianti, ma la provenienza originale non è certa. Probabilmente risale al “Panchatantra”, una raccolta di favole di animali risalenti all’India del III secolo a.c., anche se non risulta traccia in alcun manoscritto dell’epoca, come nessuna traccia risulta in greco e latino per antica tradizione “orale”. Un’altra ipotesi la fa risalire ad una favola persiana del quattordicesimo secolo, “Lo scorpione e la tartaruga”.  Personalmente, posso dire che  mi pare molto simile ad un’antica favola, di origine africana, in cui si parlava di una rana sulle sponde del fiume Niger. Praticamente non si sa chi sia l’autore, ma pare che sia in circolazione, da poco più di cinquant’anni, in molte lingue.

Qual è la morale di questa favola?

Tralascerei le innumerevoli varianti nell’elaborazione del tema e sulle circostanze in cui ci si può collocare, indifferentemente, nei panni della rana o in quelli dello scorpione. Elucubrazioni del tipo “perché lo scorpione non ha punto la rana appena raggiunto la riva opposta del fiume”, o “la rana poteva far cascare lo scorpione nel fiume per poi mangiarlo”, o, ancora, “potevano finire tutt’e due mangiate da un coccodrillo”. Ciò che è il vero senso della favola sta nella sua versione più semplice, e, cioè, sugli aspetti oscuri del comportamento umano e sul fatto che in questa irritante fiaba vi sia una fastidiosa verità: cioè si scopre che succede veramente che qualcuno si comporti in modo incomprensibile senza alcuna identificabile ragione se non che, chissà perché, “quella è la sua natura”.

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Questa storia viene in genere usata, metaforicamente, per descrivere l’immutabilità della natura umana, per descrivere la difficoltà che noi tutti abbiamo quando, sebbene spinti da buone intenzioni, non riusciamo a fare ciò che ci eravamo ripromessi. Viene messo in risalto un comportamento piuttosto diffuso nelle persone, ovvero la difficoltà di modificare determinati atteggiamenti che fanno parte in maniera profonda della nostra personalità, anche se disfunzionali. Pensiamo, ad esempio, a quando decidiamo di cambiare un nostro modo di fare che non ci piace, oppure di non commettere più gli stessi sbagli del passato e, nonostante la nostra ferma convinzione, reiteriamo gli stessi errori, ricadendo nella stessa trappola da noi stessi creata.

Un po’ come i protagonisti di questa favola, dove lo scorpione punge la rana nonostante sappia che questo causerà la sua morte. Allo stesso modo, la rana decide di portarlo dall’altra parte del fiume nonostante l’evidente pericolo.

Ma perché lo scorpione non è riuscito a trattenersi nel fare e nel farsi del male?

I motivi potrebbero essere davvero tanti. I nostri comportamenti sono radicati nel tempo, sono il risultato delle esperienze di vita nell’arco di tempo della nostra formazione; sono anche frutto dell’interazione di fattori genetici o, ancora, frutto della relazione con la nostra famiglia e le persone che hanno fatto parte della nostra vita, e, quindi, è difficile pensare di modificare un regime così già definito e ancestrale. Inoltre, spesso, siamo ingannati dalla paura del nuovo, di una vita diversa e questo ci protegge; rinunciamo a molti dei nostri desideri per salvaguardare la nostra stabilità, nonostante siamo consapevoli che, a volte, è meglio cambiare per non rimanere schiacciati dalle nostre stesse paure. Infine, abbiamo una propensione a distruggere gli aspetti buoni dell’altro anche a discapito di noi stessi. Preferiamo, inconsciamente, distruggere piuttosto che riconoscere che l’altro ha qualcosa che noi non possediamo.

 E cosa c’entra con noi bi-multi-cultural?

Ecco che, a mio parere, si inserisce un ragionamento sul significato dell’identità del singolo e dell’importanza del riconoscersi e di coraggio nell’aprirsi all’altro. Tutti e due (la rana e lo scorpione) sono portatori di un’identità ben definita, ma dal loro incontro, dal loro riconoscersi, si crea una situazione diversa che permette a entrambi di mettersi in gioco. L’identità ha a che fare con l’immagine che ognuno ha di sé, della propria soggettività, come detto prima. È costituita da tutte le esperienze vissute nell’infanzia, dal rapporto con i genitori, dal rapporto con l’ambiente circostante e altre relazioni sociali significative (amici, partner, colleghi ….). Tutto quello che viviamo, serve a costruire, tassello per tassello, la nostra identità, che rappresenta comunque il risultato tra l’interazione psico-emotiva con l’esterno e i vissuti e le esperienze che “immagazziniamo” al nostro interno.

L’identità è non è mai immutabile, perché è un flusso continuo. Crescendo si acquisisce un’identità più forte, meno malleabile e abbastanza regolare. L’incontro, però, con nuove esperienze, nuove emozioni e soprattutto nuove persone significative può comunque modificarla ulteriormente, rimetterla in discussione e ampliarla.

L’ambiente sociale riveste il ruolo di una sorta di specchio con una funzione riflettente, che permette di modellare parti della nostra identità. Ed è in particolare l’altro, portatore della sua persona, a produrre questo riflesso che ci aiuta a definire meglio chi siamo.

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La rana è un’animale che, per natura, dovrebbe fuggire, evitare il più possibile il pericolo rappresentato dallo scorpione. Inoltre, non ha nessun vantaggio personale nel portare l’insetto dall’altra parte del fiume. Decide, comunque, di farlo lo stesso. Lo scorpione, d’altra parte, sa già che con ogni probabilità pungerà la rana ma cerca ugualmente di convincerla ad accettare di aiutarlo. Entrambi si trasformano nello specchio dell’altro, generando una nuova situazione capace di modificare, leggermente, le proprie identità, dando loro la possibilità di agire dei comportamenti che altrimenti non avrebbero mai messo in atto.

La rana vede nello scorpione l’opportunità di compiere un gesto che è non propriamente nella sua natura, ha la possibilità di mostrarsi coraggiosa attraverso un atto di generosità e fiducia, nonostante il pericolo e l’eventualità di essere ferita; dall’altra parte il gesto dello scorpione, ovvero la decisione di pungere la rana, può essere visto come un “dono”, un voler mostrare, come riconoscimento per la fiducia ricevuta, la propria identità, un tentativo di essere sincero e farsi vedere realmente.

I due sprofondano e lo fanno insieme, perché è incontrandosi e riconoscendosi autenticamente che si può accedere a tutto quello che di solito viene tenuto nascosto.

Pensiamo a quante volte celiamo al nostro interno emozioni, bisogni, desideri che, se mascherati e oscurati troppo a lungo, possono ingigantirsi opprimendoci; o anche, quando neghiamo o non accettiamo parti di noi aprendo la strada ad ansie e senso di incompletezza.

Il raccontarci all’altro, riflettendoci nello specchio che ci dona l’incontro con chi abbiamo intorno, ci dà la possibilità di vedere realmente quali sono i confini della nostra identità, mostrandoci  quello che possiamo modificare e dove possiamo migliorarci.

È nel riconoscerci attraverso l’altro che possiamo capire meglio la nostra vera natura.

Così, quando ci misuriamo con il mondo esterno come persone miste, dovremmo tenere ben presente con quanti scorpioni siamo costretti a confrontarci. Il più delle volte prendiamo la sfortunata e deplorevole decisione (come la rana) di fidarci dello scorpione di turno; amaliati dal suo sorriso, dalle sue belle ed affascinanti parole, dalle sue maniere educate, abbassiamo la guardia e ci dimentichiamo del fatto che lo scorpione sarà sempre e comunque uno scorpione; non potrà mai rinnegare la propria natura e noi non dobbiamo recriminarci ed arrabbiarci per il “volta coda” dell’insetto stesso. Anzi, è nostro compito fare un lavoro migliore nel controllare chi lasciamo entrare nella nostra vita e su chi dedichiamo il nostro tempo ed energia. E’ nostro compito prestare maggiore attenzione e fare del nostro meglio per evitare trappole, perdite di tempo e di essere feriti inutilmente.

@Wizzy, Afro Bodhisattva, Entrepreneur, Physical Anthropologist, Freelance researcher of African Studies, culture, tradition and heritage, CEO Dolomite Aggregates LTD and Founder MBA Métissage Boss Academy  & Métissage SangueMisto.

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