Oggi…. argomento piuttosto scomodo! Perché alcune donne faticano ad aiutare e sostenere le altre donne?

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Il motore che mi ha spinto ad esprimere, oggi, il mio pensiero su questo tema, sta nel ricordo – e conseguente paragone con situazioni odierne – di un fatto, a dir poco spregevole, accadutomi qualche anno fa.

Un giorno qualunque di qualche anno fa, venni affrontata da colei che era una mia fornitrice di servizi (secondo lei pure mia intima amica! c’era una valida ragione, invece, per la quale rifiutai, con tutta forza, la sua amicizia!), con piglio aggressivo, cattivo, arrogante ed ignorante. Si presentò dinanzi a me, insieme ad una mia dipendente, con gli occhi verdi di rabbia, urlando e proliferando cattiverie di bassa lega. Motivo? Beh, la mia dipendente le avrebbe riferito che io le confidai l’esistenza di un amante nel suo talamo (uhh che tragedia!) e che il suo matrimonio sarebbe ben presto saltato (ma vi pare che io faccia confidenze del genere ad una mia dipendente,assunta, perdi più, da poco più di due mesi???). Ora, al di là del grande interesse, pari a zero, che io nutro per la vita privata delle persone (e chi mi conosce bene sa che non amo spettegolare di chicchessia!), la cosa mi ha lasciata a dir poco basita, ed a distanza di anni, sto ancora riflettendo sul motivo per cui noi donne pensiamo di “disfarci” di un’altra donna, infangandola, giudicandola, criticandola o attaccandola. Un comportamento sociale dannoso che ha a che fare con l’invidia e la competitività tra le donne, certamente, ma anche con una sorta di ignoranza, che non fa sconti proprio a nessuno.

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Le mie riflessioni (e, debbo dirlo apertamente, anche le mie esperienze decennali) mi hanno portata a ritenere che, purtroppo, l’invidia è una prerogativa dell’essere umano, in generale; ma l’aggressività che si sviluppa tra donne è parecchio diversa da quella che si instaura fra uomini. Le donne competono quasi esclusivamente fra loro ed è probabilmente questa eterna lotta che ha generato questo sentimento prevalentemente femminile. Lo dimostrano anche le varie occasioni in cui una donna decide di rischiare la propria vita professionale in un nuovo business indipendente. Il più delle volte trova difficoltà ad ottenere l’appoggio femminile; anzi, succede più spesso di quello che pensiamo, che il bastone tra le ruote le mettano proprio le donne, con negatività (non ce la farai mai!), con totale assenza di appoggio e partecipazione e con braccia conserte nell’attesa del capitombolo finale (come se il fallimento fosse la fine della fine!).

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I miei ragionamenti poi si sono allargati ad un area piuttosto ampia, oltre a quello dell’avventuroso scorrere delle mie giornate.  In primis, in quella del lavoro, della scalata sociale, o semplicemente di un attività individuale, in cui le donne rispondono al sessismo cercando di prendere le distanze dalla altre donne. Un’ostilità che, secondo me, nasce dallo stereotipo culturale della donna altruista, buona e generosa, servile, sottomessa e passiva. Se, però, è assertiva, diventa subito aggressiva e dominante. Di un uomo non si direbbe mai una cosa del genere. Significa che, se un capo è brusco o freddo o arrogante, si dà quasi per scontato che sia così, si è disposte a tollerarlo. Da  una donna mai.

Le donne riescono ad essere particolarmente offensive e violente tra di loro ed il motivo, dal mio punto di vista, sta nel fatto che il confronto determina questo tipo di reazioni quando si accorgono che alcune si sentono soddisfatte della propria vita senza il bisogno di stare sempre in equilibrio. Ma questa visione che le donne hanno tra di loro è dettata da parametri culturali imposti che fanno inseguire canoni e obiettivi sbagliati o irreali.

In tutti gli ambiti della vita, specialmente quello lavorativo, l’invidia e la competizione tra le donne vengono esaltate ed oggi ci pensano i social network ad alimentare questo fenomeno. La possibilità di mostrare la propria vita in ogni momento, alterando la realtà con i filtri, rende molto facile cedere al confronto e all’invidia, al voler ricevere più like e visualizzazioni. Il mantra diventa essere apprezzate e non migliorarsi.

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Ho personalmente riscontrato, ultimamente, come alcune tipologie di donna siano le peggiori nemiche delle donne che creano impresa. Mi è capitato di essere vittima in prima persona di donne nemiche delle donne imprenditrici e che, quando vedono una donna positiva, impegnata e propositiva nella sua attività, cercano in tutti i modi di ostacolarne il cammino professionale, bloccando, sminuendo o distruggendo tutte le sue iniziative, mettendola in cattiva luce. So che questo è un argomento tabù, ci facciamo remora a parlarne, perché, sotto sotto, temiamo di far parte anche noi della brigata, o, peggio, di essere perseguitate da una sorta di alone in cui si crede che peggio delle invidiose, vi sono quelle convinte di essere invidiate (appunto noi!)….. ma trovo importante, se non indispensabile, affrontarlo questo benedetto argomento!

Esistono due pensieri culturali dominanti sul ruolo che le donne svolgono nell’aiutare altre donne ad avanzare sul lavoro o nella vita, e sembrano essere in contrasto: quella della  Donna virtuosa e quella dell’ Ape Regina.

La donna virtuosa è un ideale, la convinzione che le donne abbiano un obbligo morale nel spalleggiare l’altra. Questo tipo di sentimento è meglio caratterizzato dall’ormai famosa citazione di Madeleine Albright: “C’è un posto speciale all’inferno per le donne che non si aiutano a vicenda!” L’idea di base è che, poiché tutte le donne sperimentano il sessismo, dovrebbero essere più in sintonia con le barriere che le altre donne devono affrontare. A sua volta, questa consapevolezza dovrebbe indurre le donne a promuovere alleanze e sostenersi attivamente a vicenda. Se le donne non si aiutano a vicenda, questa diventa una forma di tradimento ancora peggiore di quelle commesse dagli uomini. E quindi, il posto speciale all’inferno viene riservato a quelle donne.

La teoria dell’ ape regina, d’altra parte, sostiene che in realtà le donne non possono andare d’accordo.

Negli anni ’70 si è iniziato a studiare questo fenomeno attraverso paradigmi scientifici, che hanno permesso di  individuare questa problematica, sottolineando come questo comportamento influisca negativamente nell’affermazione delle donne in posizioni di potere lavorativo. Le donne che arrivavano ai ruoli di potere rivolgevano le loro ostilità nei confronti soprattutto delle colleghe o delle dipendenti.

Se da un lato le donne si sono scrollate di dosso vecchi stereotipi e hanno conquistato posizioni di valore sgomitando, sudando e lottando, dall’altro lato nascondono ancora un lato oscuro che i ricercatori hanno identificato come, appunto, sindrome dell’ape regina. Nonostante la parità dei sessi, c’è ancora qualcosa che tormenta la maggior parte di noi. Noi donne sappiamo essere amiche ma anche le peggiori nemiche di noi stesse. Ammettiamolo! In certi casi, sappiamo essere davvero cattive, specie quando siamo mosse da sentimenti di gelosia, invidia e rancore nei confronti di altre donne. Spesso da bambine ci viene insegnato a competere con gli altri e questo è un modo che gli adulti usano per spronarci ad essere migliori. Nel tentativo di migliorarci però, fanno crollare la nostra autostima. In questo modo si scatenano una serie di meccanismi che vogliono farci essere migliori a tutti i costi, non per noi stesse ma per eccellere, per suscitare l’invidia altrui.

Ecco che per emanciparci abbiamo dovuto dimostrare più volte il nostro valore e lavorare il doppio dei colleghi maschi per conquistarci un posto di potere. Paradossalmente però, una volta arrivate al vertice, diventiamo più “sessiste” dei maschi ed ostacoliamo maggiormente soprattutto le dipendenti donne.

Questi comportamenti, tipici della sindrome dell’ape regina, interessano soprattutto quelle donne che risentono fortemente della pressione sociale, che le spinge a vedere le altre come delle concorrenti.

Risulta anche che, le donne che hanno questa sindrome, per arrivare a ricoprire quella posizione di successo, soprimano l’identità femminile, sostituendola con quella maschile. In poche parole, essere donna, madre, moglie, con una spiccata emotività (e con il ciclo mestruale) è qualcosa da tenere nascosto o se possibile, da evitare.  Da qui nasce un circolo vizioso che fa sì che alle subordinate venga richiesto lo stesso “sacrificio”.

Mentre l’uomo (che sì, la natura ha reso competitivo), ha compreso che spesso la cooperazione della  “Teoria dei giochi” è un concetto che può far felici tutti i contendenti, la donna, invece, sembra non aver del tutto compreso questo fatto. La “Teoria dei giochi” è una disciplina della matematica applicata che studia e analizza le decisioni individuali di un soggetto in situazioni di conflitto o interazione strategica con altri soggetti rivali finalizzate al massimo guadagno di ciascun soggetto.

La donna al potere finisce, così, con l’avere una sorta di predisposizione ad aiutare gli uomini escludendo qualsiasi velleità di solidarietà femminile.

Interessante, a questo proposito, proprio la teoria delle dinamiche dominanti, espresso molto bene nel film di “A beautiful mind”, che racconta la storia di John Nash, premio Nobel nel 1994, assegnatogli per l’applicazione della teoria dei giochi all’economia. Secondo questa teoria, in uno scenario di negoziazione, chi vuole portare a casa qualcosa per sé, deve offrire anche agli altri la possibilità di guadagnare qualcosa. Nella competizione, l’ambizione individuale serva al bene comune: ognuno per sé.

Come mai questo atteggiamento nelle donne affette da sindrome dell’ape regina? Stando agli studi, le donne che hanno già affrontato, sconfitto e “messo a bada” il collega o il dirigente maschio, non lo vedono come un rivale. Diversamente colleghe e dipendenti donna risultano molto pericolose poiché hanno le stesse armi e, se sfruttate adeguatamente, possono capovolgere i rapporti di forza.

La “donna arrivata”, quindi, per difendere ciò che si è faticosamente conquistata, esercita una sorta di “bullismo” nei confronti di altre donne per impedire che possano evolversi, migliorarsi ed eventualmente sconfiggerla in futuro sottraendole il posto.

La sindrome comprende una serie di comportamenti che vanno dalle donne che denigrano tratti tipicamente femminili (“Le donne sono davvero emotive”), a enfatizzare i propri attributi “maschili” (“Penso più come un ragazzo”), a vedere le affermazioni della discriminazione di genere come infondate (“Il motivo per cui ci sono così poche donne al vertice non è a causa della discriminazione. È che le donne sono solo meno impegnate nella loro carriera”), per non sostenere le iniziative per affrontare la disuguaglianza di genere. L’ape regina è la donna di successo che invece di usare il suo potere per aiutare le altre donne ad avanzare, mina le sue colleghe.

Infatti, guarda caso, l’ape regina, nell’ alveare, è circondata da maschi e api che non sono fertili. Questo suo ruolo da protagonista la fa sentire superiore ed è proprio ciò a cui ambiscono molte donne. Molte donne, infatti, si sentono in competizione con chi le circonda e assumono comportamenti appresi nel corso della loro infanzia, come giudicare le proprie rivali, criticarle, voler essere migliori. Comportandosi in questo modo, però, dimostrano di avere una forte insicurezza che cercano di colmare calpestando l’ autostima di coloro che considerano delle possibili rivali.

Sebbene questi due archetipi (la donna virtuosa come modello, e, l’ape regina come un monito) sembrano essere in contrasto, si sovrappongono in quanto entrambi hanno un doppio significato, e cioè che il conflitto tra uomini è una cosa normale mentre tra le donne è disfunzionale. Quando gli uomini si affrontano, sono visti come impegnati in una sana competizione o in un acceso dibattito. Quando lo fanno le donne, diventano, nell’immaginario collettivo, bulle che si accapigliano in un acceso scontro a fuoco. Inoltre, quando si verifica un conflitto tra due colleghe donne, le persone si aspettano che le conseguenze siano negative e di lunga durata (ad esempio, che le donne vorrebbero vendicarsi). Al contrario, quando il conflitto identico é tra due uomini o un uomo e una donna, la gente pensa che la relazione possa essere riparata più facilmente.

C’è qualche verità nello stereotipo dell’ape regina? Le donne sono più cattive nei confronti delle altre donne, rispetto agli uomini rispetto agli uomini o delle donne agli uomini?

Gli studi  dimostrano che le donne sono più cattive l’una con l’altra. In particolare, gli studi rilevano che tali comportamenti emergono quando si incontrano due dinamiche: la distorsione di genere e mancanza di solidarietà di genere.

Quando le donne per le quali essere una donna non è un aspetto centrale della loro identità, sperimentano il pregiudizio di genere, emerge il comportamento dell’ape regina. Ecco perché: per le donne con bassi livelli di identificazione di genere (che pensano, cioè, che il loro genere dovrebbe essere irrilevante sul lavoro e per il quale non è importante connettersi con altre donne), trovarsi sul punto di ricevere il pregiudizio di genere, le costringe a rendersi conto che gli altri le vedono prima di tutto come donne. E a causa degli stereotipi negativi sulle donne, come se fossero meno competenti degli uomini, le singole donne possono essere preoccupate che il loro percorso di carriera possa essere bloccato se sono principalmente viste come una donna e quindi non adatte alla leadership.

Per aggirare questo tipo di barriere di genere, queste donne cercano di distinguersi dalle altre donne. Lo fanno perseguendo una strategia individuale di avanzamento che si concentra sul prendere le distanze dalle altre donne. Un modo in cui lo fanno è mostrare comportamenti ape regina, come descriversi in termini più tipicamente maschili e denigrare altre donne (“Non sono come le altre donne. Ho sempre dato la priorità alla mia carriera”). Il punto è che non è vero che le donne sono intrinsecamente cattive. Invece, i comportamenti dell’ape regina sono innescati in ambienti dominati da uomini in cui le donne sono svalutate.

Questo tipo di risposta non è nemmeno unico per le donne. In realtà è un approccio utilizzato da molti gruppi emarginati per superare opinioni dannose sul loro gruppo. Ad esempio, la ricerca ha scoperto che alcuni uomini gay cercano di prendere le distanze dagli stereotipi sull’ “effeminazione” dei gay enfatizzando i tratti iper-maschili e mantenendo credenze negative sui gay effeminati. L’allontanamento sociale è quindi una strategia utilizzata da molti individui che cercano di evitare, sfuggire o navigare nello svantaggio sociale del gruppo a cui appartengono.

Mentre il distanziamento sociale può consentire a un individuo di un gruppo sottorappresentato di avanzare, fa un disservizio al gruppo nel suo insieme perché può legittimare le disparità. Quando una donna esprime una visione stereotipata di un’altra donna, non è vista come un’affermazione sessista ma piuttosto come una valutazione imparziale, poiché si tende a credere che gli individui non possano essere influenzati dai membri del proprio gruppo. Ma lo sono spesso. In effetti, anche le donne possono essere misogine. Pertanto, i comportamenti di distanziamento sociale possono riprodurre disuguaglianze maggiori.

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Quindi cosa impedisce di comportarsi come un’ape regina?

1) Identificarsi totalmente come una donna.  Le donne che hanno subito discriminazioni di genere, ma che si sono maggiormente identificate con il loro genere non reagiscono a tale pregiudizio cercando di prendere le distanze dalle altre donne. Invece, hanno risposto alla discriminazione di genere con un crescente desiderio di creare maggiori opportunità per altre donne.

2) Le donne si sostengono a vicenda quando lavorano con una percentuale più elevata di donne e quando subiscono livelli più bassi di discriminazione e molestie di genere. La sindrome dell’ape regina si innesca come una forma di sopravvivenza; là dove i pregiudizi di genere vengono abbattuti, invece, riescono a sfruttare appieno le proprie innate e riconosciute capacità.

Le donne che distruggono e ostacolano la collaborazione con altre donne non si rendono conto che in realtà stanno sabotando anche se stesse.

Dovremmo avere un po’ più di compassione tra di noi. La libertà e il coraggio di alcune  donne nel provare a realizzare i propri sogni  scatena, inevitabilmente nelle altre, reazioni distruttive, perché vedono come le prime stiano percorrendo una strada a cui loro hanno rinunciato in passato. Le donne nemiche delle altre donne non vanno in ogni caso giustificate, ma la loro rabbia e sofferenza va almeno parzialmente compresa.

La vita delle donne non è quasi mai una vita semplice: perché le donne ancora oggi devono scegliere tra famiglia e carriera. Perché, per esempio, una donna che vuole coronare il proprio sogno imprenditoriale viene considerata una persona con troppi grilli per la testa o peggio ancora un arrivista? Perché una donna che si espone per comunicare di cosa di occupa la sua attività e come può essere d’aiuto ai suoi clienti è considerata un’egocentrica?

Forse le donne che odiano le donne hanno preferito uniformarsi ai modelli sociali più diffusi, rinunciando a quello che volevano diventare per davvero. Proprio perché la vita di una donna che vuole mettersi in gioco, oggi, non è facile, sarebbe fondamentale il supporto ed il sostegno delle altre donne, in modo che si creino le condizioni essenziali per proseguire lungo il cammino, senza rinunciare a se stesse e ai propri sogni.

 

 

@Wizzy,  Afro Bodhisattva, Entrepreneur, Physical Anthropologist, Freelance researcher of African Studies, culture, tradition and heritage, CEO Dolomite Aggregates LTD and Founder MBA Métissage Boss Academy  & @metissagesanguemisto.