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Opera di Margaret Bowland

Come si dice spesso, il nero non passa mai di moda. Che sia da immortalare all’altare del politically correct o da discriminare, a seconda dell’occasione, non fa differenza. Un tempo, il buon Nino Ferrer canticchiava “Vorrei la pelle nera”, rassegnato al fatto che “Io faccio tutto per poter cantar come voi/ ma non c’è niente da fare, non ci riuscirò mai/ e penso che sia soltanto per il mio color che non va”.

Succede che, qualche tempo fa, Will Smith viene scelto per interpretare, in un film, il padre delle due tenniste Serena e Venus Williams, ma un giornalista americano, tal Clarence Hill junior, reporter della testata Fort Worth Star Telegram, fa scoppiare la polemica reputando l’attore non abbastanza nero. Scrive, infatti su Twitter: ” Amo Smith, ma ci sono altri attori neri per questo ruolo”. A dargli man forte arrivò pure il giornalista ed attivista George M. Johnson: “Proprio come Chadwick non avrebbe dovuto interpretare Thurgood Marshall, Will non dovrebbe interpretare Richard Williams. Il colore della pelle è importante per il modo in cui i popoli sono stati trattati”. Ovviamente la reazione del Social non si fa attendere ed al grido di #colorismmatters, molti propongono come sostituto di Will Smith il britannico Idris Elba, figlio di madre ghanese e padre originario della Sierra Leone, e a quanto pare nero quanto basta per vestire i panni di Richard Williams (e non era troppo nero per interpretare Nelson Mandela nel 2013???)

In un altro caso, la Walt Disney non è stata da meno. Dovette revisionare tutte le scene di Ralph Spaccatutto 2 in cui compariva la principessa Tiana, introdotta dal precedente lungometraggio animato La principessa e il ranocchio. Dopo la diffusione del trailer, infatti, dai social era arrivata una pioggia di critiche perché le fattezze di Tiana erano diverse da quelle della favola: i ricci erano meno scolpiti, il naso non era più a base larga e piatta ma piccolo e a punta, e soprattutto il tono della pelle sembrava notevolmente più chiaro.

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Disney, accusata di whitewashing per come è stata disegnata la principessa Tiana, la ridisegna a 2 mesi dall’uscita di Ralph Spacca Internet. Si chiama whitewashing, ed è l’abitudine a caratterizzare con connotati bianchi personaggi di colore.

Nel primo caso ci troviamo dinanzi a un fenomeno chiamato “colorismo” (o shadeism), un pregiudizio inconscio in cui le persone sono trattate in modo diverso in base ai significati sociali collegati al colore della pelle. Un pregiudizio non solo interrazziale, ma anche intra-razziale, che creerebbe una serie di intricate gerarchie che portano a privilegiare chi è più chiaro o meno nero, all’interno dello stesso gruppo etnico.  La BBC definisce il colorismo “una forma di discriminazione nei confronti delle persone con la pelle nera da parte di persone della stessa razza ma con la pelle più chiara“.

Nel secondo caso (Principessa Tiana), invece, si tratta di un  palese, gravissimo caso di whitewashing, declinazione bieca del colorismo. Pare che sia il nuovo allarme in questa Società bislacca e farà compagnia a tutti gli altri allarmismi, quali il bullismo, l’omofobia, l’ “ambientalismo”, il multiculturalismo, la transfobia…..

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Molti studi mostrano come il tono della pelle giochi un ruolo importante nell’indirizzare il giudizio delle persone e abbia un peso anche sulle assunzioni, sulle condanne, sulle elezioni. Per fare degli esempi, negli Stati Uniti i latino-americani di pelle più chiara guadagnano in media 5000 dollari in più di quelli più scuri e il divario per titolo di studio tra Afro-Americani chiari e scuri è quasi pari a quello tra bianchi e neri. Lo stesso leader della maggioranza al Senato USA Harry Reid,  si era lasciato sfuggire che Barack Obama si era imposto sugli altri candidati afro-americani perché aveva la pelle più chiara e perché non aveva la parlata tipica dei neri; infatti uno studio realizzato, prima delle elezioni USA, ha mostrato a due gruppi lo stesso spot a favore di Obama, ma in uno c’era una famiglia di neri dalla pelle scura, nell’altro una famiglia sempre di neri, ma dalla carnagione più chiara. Risultò che si dichiararono più inclini a votare Obama coloro che avevano visionato quest’ultimo spot.

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Il colorismo, che ben differisce dal razzismo, sta dando luogo anche a conseguenze preoccupanti. Conosciamo tutti il fenomeno del “skin bleaching“, ovvero l’uso regolare di creme a base di steroidi, o mercurio, o sostanze non precisate nelle etichette, per sbiancare la pelle del viso, del collo e delle mani al fine di elevare il proprio status sociale o per ottenere privilegi ed agevolare la propria vita sociale. Tutto questo accade perché il nostro cervello, strutturato per secoli dalla storia e dalla cultura, crea delle gerarchie in cui si privilegiano coloro che sono fisicamente e culturalmente più chiari e punisce coloro che sono più scuri.

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Alcuni amano pensare che il colore non esista, che il giudizio in base al colore della pelle sia una stupidaggine, ma è solo un’illusione. Il  colore della pelle continuerà a servire come criterio più ovvio nel determinare come una persona sarà valutata e giudicata. A causa del razzismo profondamente radicato (ovunque!), sappiamo già che la pelle scura sarà sempre demonizzata e la pelle chiara, invece, vincerà il primo premio. E questo accade proprio perché la maggior parte dei paesi di questo pianeta sono stati costruiti sui principi del razzismo. Non esagero nel dire che se il razzismo non esistesse, una discussione sulle diverse tonalità della pelle sarebbe semplicemente una conversazione sull’estetica. Ma non è così. Il privilegio della pelle chiara rispetto ad una più scura è alla radice di un malattia nota come colorismo.

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La cosa buffa è che la parola colorismo non esiste nemmeno. Perlomeno on ufficialmente. Non appare nel dizionario. Tuttavia, Alice Walker, considerata la teorizzatrice del termine, lo aveva già codificato nel 1983, nel suo libro “Search of Our Mothers’ Gardens: Womanist Prose (1983)”, definendolo come “il pregiudizio o il trattamento preferenziale di persone unicamente in base al loro colore“. La preferenza per la pelle chiara è stata una pratica comune nella comunità nera per generazioni, ma Walker gli ha dato un nome e lo ha contrassegnato come un male che deve essere fermato affinché gli afroamericani possano progredire come popolo.

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Il colorismo è così profondamente radicato nel tessuto sociale al punto tale che siamo tutti coinvolti e infettati dalla sua presenza. E la cosa triste è che per molte persone la distorsione sul senso del colore inizia già in casa. Fortunatamente molti genitori sono in grado di creare un clima  sereno in casa, dove le differenze di colore della pelle contano solo quando è il momento di acquistare la protezione solare per il mare. Troppo spesso, però, l’eccessiva incisività di una gerarchia basata sul colore nel mondo esterno si insinua nella famiglia e diventa parte degli insegnamenti impliciti ed espliciti della genitorialità.

Ciò non significa che la soluzione per risolvere il nostro “problema” di sfumature risieda SOLO in casa, ma è proprio lì che dovrebbe iniziare la conversazione. Dal primo giorno, i genitori di ogni colore dovrebbero iniziare a celebrare le differenze di colore esistenti nello spettro umano, invece di lodare l’uno sull’altro o anche peggio, fingendo che siamo tutti uguali. Quindi, dovremmo avere un dialogo globale e transculturale, rivolto a tutti, sul tema del colorismo ed iniziare a debellare l’assurdità della sua esistenza.

 

@Wizzy,  Afro Bodhisattva, Entrepreneur, Physical Anthropologist, Freelance researcher of African Studies, culture, tradition and heritage, CEO Dolomite Aggregates LTD and Founder MBA Métissage Boss Academy & @metissagesanguemisto.