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Essere imprenditrice non è una professione, è un’identità. La differenza tra successo e fallimento è la tua prospettiva. Con la prospettiva giusta, le soluzioni sono ovunque. Con la prospettiva sbagliata, le sfide più semplici appaiono insormontabili. Sii testarda nella visione, ma flessibile sui dettagli. (Wizzy)

 

Stamane, durante il mio brainstorming professionale mattutino, discutevo, con un gruppo di amiche bi-multi-culturali, delle donne, della loro scalata verso le cime del potere e della loro capacità di essere imprenditrici. Abbiamo cercato di affrontare l’argomento sia da un punto di vista sociale, culturale e individuale, sia da quello di leadership. Ne è uscito un quadro piuttosto interessante, nonostante la chiara tendenza a dare troppe cose per scontate. Da qui, il caldo e vivo consiglio delle amiche di non mettere su carta le opinioni espresse, o alla meno peggio, di rifarmi ad un pensiero unico buonista, in modo tale da non essere “rimproverata” da alcuno e non rischiare nulla. Sono consapevole di esprimere delle opinioni che, sicuramente, troveranno terreno fertile per grandi polemiche e discussioni, ma, a dirvela tutta, mi piace essere schietta nei miei pensieri, nelle mie parole e, soprattutto nelle mie azioni.

Lo scopo è anche quello di affrontare il tema senza filtri e senza peli sulla lingua, perché il più delle volte, toccare argomenti di questo genere (come, d’altronde, temi sui neri, sugli omosessuali, sugli handicappati, sugli ebrei, sugli extracomunitari), in Italia, diventa un vero tabù. Siamo soggetti al politically correct, dobbiamo stare molto attenti a come si parla, a non offendere nessuno, ad aver cura di non urtare la sensibilità estrema di altri; siamo chiamati a prendere tutto con le pinze, pena essere tacciati di cattiveria e disumanità, oltre che di insolenza e poco rispetto. Ho ritenuto, invece, che, con questo gruppo di amiche, avremmo dovuto essere franche tra di noi. E così lo sono anche nella condivisione dei miei pensieri qui.

Sono la prima a ritenere che le parole siano importanti, ma, secondo il mio modestissimo parere, non lo sono quanto i fatti. Quando, per esempio, ci focalizziamo sul fatto che la parola “negro” sia offensivo rispetto alla parola “nero” o che “handicappato” sia insolente rispetto ad un “diversamente abile”, ci occupiamo di una questione poco rilevante rispetto ai reali problemi di chi li vive. Quando agiamo e perseguiamo quegli idioti che parcheggiano l’auto sul posto dei disabili o  sui percorsi dei ciechi è ben più rimarchevole che chiamarli “diversamente abili/vedenti”.

Quando poi l’argomento sono le donne (e magari pure bi-multi-culturali), la musica diventa più complicata e delicata. Si scaldano gli animi, giustamente, perché gli atteggiamenti maschilisti e sessisti sono sempre dietro l’angolo. “Una bella ragazza è stupida”, “Se hai un bell’aspetto farai carriera solo per questo” e ancora, molestie verbali e fisiche da parte di uomini, spesso di cariche professionali alte che ci sminuiscono o sessualizzano. La verità è che proprio per questo dovremmo essere naturalmente portate a non replicare gli stessi atteggiamenti. Ma a quanto pare, le cose non stanno così.

 

 

Il vero problema (io poi ne vedo un pochino di più!!!) è che la maggior parte di noi donne proiettate nella carriera imprenditoriale, non è in grado di vivere serenamente il proprio essere femminile e, d’altro canto, siamo ancora tremendamente ancorate a tutto ciò che è l’aspetto esteriore, l’estetica e l’immagine che gli altri debbono/possono avere di noi. Oltre a perdere di vista tutte quelle qualità necessarie, se non indispensabili, per spiccare il volo, ci troviamo pure imbrigliate alle classiche difficoltà nel trovare il nostro spazio in un sistema tendenzialmente maschilista e sessista.

Mi spiegherò meglio analizzando alcuni atteggiamenti che tendiamo a far nostri pur di raggiungere quel famoso tetto di cristallo relegato, esclusivamente, al mondo maschile, oltre che anatomizzare le classiche sfide che ci portano a rimanere sulla porta. Succede anche che, come la maggior parte delle donne, le donne bi-multi-culturali non vengano prese seriamente dagli uomini o dai loro colleghi bianchi (l’orrendo pregiudizio dell’essere “esotiche”, in fatto di scalata al potere, ci penalizza parecchio). Ecco che si innesca il meccanismo di studiare e lavorare il doppio per dimostrare di essere “migliore” di chiunque altro.

 

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Ed ecco che ci troviamo ad assumere certi atteggiamenti, come:

il bisogno di essere uomini per assumere il commando: raggiungiamo posti di reale potere solo quando il nostro atteggiamento viene aggregato DAGLI uomini. Fino a quando si tratta di scalare il successo e raggiungere livelli medi e/o leggermente superiori, non abbiamo problemi di sorta; quando la selezione viene eseguita per il merito, riusciamo a mantenerci donne e dimostrare abilità prettamente femminili nella gestione dell’amministrazione. Ma più in là (sotto il famoso tetto di cristallo) non riusciamo ad andare con la nostra femminilità; riusciamo a vedere il potere ma non a toccarlo. Quelle rare che riescono a farlo lo fanno perché vengono selezionate dagli uomini in base alla loro somiglianza con gli uomini stessi, all’appartenenza al loro mondo, alla condivisione dei loro valori. Diventiamo così ugualmente arroganti e presuntuose facendo le guerre esattamente come gli uomini (io oserei dire anche in modo più violento degli uomini), spogliandoci completamente di tutte quelle qualità che ci contraddistinguono come donne.

 

 

– trovarci tormentate, se non letteralmente ossessionate, dall’immagine, perdendo di vista il nostro vero obiettivo.

L’unica cosa che ancora ci rende diverse dagli uomini è l’ossessione per la bellezza e l’estetica. Riflettete, per un attimo, a quando, specialmente in un ambiente lavorativo, un uomo viene giudicato per il suo aspetto esteriore? Ed una donna? Ecco che per conquistare un posto, per essere prese sul serio (idea onestamente bislacca), per sentirci più valorizzate ci affidiamo religiosamente all’estetica. E, per carità, è molto importante e giusto che onoriamo il potere della bellezza, perché bellezza è sinonimo di donna, di fisicità, di sensualità e di femminilità. Tutto questo, però, non dovrebbe essere finalizzato al solo scopo “di ottenere qualcosa”, bensì a renderci sicure di noi stesse e determinate. Se poi riduciamo il tutto al fatto che alla fine la bellezza svanirà e non avrà più così importanza, potremmo capire meglio quanto altre qualità siano necessarie, se non fondamentali per arrivare a certe vette. La serenità con noi stesse e gli altri ci rende una sorta di vere donne ribelli, donne in grado di andare controcorrente con profonda consapevolezza e che sanno fare prezioso uso, senza timore, delle proprie qualità, al di là dell’essere donne Bi-Multi-culturali o donne di chissà quali altre minoranze.

Chi di noi è Bi-Multi-razziale, nel fare impresa o dirigere un Azienda, si trova spesso ad affrontare:

–  il doppio dilemma della “razza” e del gender; dilemma che porta, inevitabilmente, a difficoltà quando è il momento di chiedere dei fondi, a trovare un partner professionale o a  fare del net-working;

la mancanza di rappresentazione è un altro fattore scoraggiante su cui puntare il dito. La donne (in particolare quelle bi-multi-razziali), si ritrovano spesso sole ad affrontare la scalata in un mondo dominato dagli uomini. Vengono messe in discussione e devono dimostrare costantemente il loro valore, le loro qualifiche e capacità manageriali. Ecco perché è indispensabile creare un network e connettersi con altre donne in modo da sentirsi supportate nelle proprie attività;

la mancanza di tutoraggio, una risorsa preziosa a beneficio di molte Aziende, soprattutto nella fase iniziale. E’ un’opportunità per imparare  da qualcuno che ha sperimentato ostacoli nel suo percorso professionale. Per noi donne, sembra un vero miraggio a causa di preconcetti e opportunità di net-working limitate;

la mancanza di accesso al capitale e ai finanziamenti. Se per tutti è uno dei grandi problemi, alle donne vengono offerti prestiti minori per la stessa tipologia di prodotti e ciò potrebbe essere dovuto a pregiudizi sia consci che inconsci. In particolare quelle Bi-Multi-razziali, debbono affrontare difficoltà maggiori per far accettare la propria domanda attraverso i canali tradizionali, e se mai ci riuscissero, verrebbe loro applicato un interesse più alto. Fortunatamente, i tempi stanno cambiando e vi sono diversi tipi di opportunità, fuori dai canali tradizionali, come gli Angel Investors ed il crowdfunding;

– c’è poi la mancanza di equilibrio tra lavoro e vita privata, in cui le donne sono spesso penalizzate in assenza di agevolazioni  sociali e collettive;

la dominazione maschile, un altro punto cruciale. Nonostante vi sia una grande quantità di legislazione relativa ai diritti delle donne e una spinta a sostenere le donne negli affari, le donne devono ancora affrontare vincoli sociali che ostacolano il loro potenziale imprenditoriale. Guadagnare il rispetto come donna in un campo dominato dagli uomini può essere una vera sfida. Dobbiamo spesso lottare per le pari opportunità di fronte alla discriminazione di genere e, nel mondo degli affari, la questione del sessismo e della disuguaglianza di genere è particolarmente pungente.  Le donne vengono prese meno sul serio rispetto alla loro controparte maschile nelle stesse posizioni negli affari e questo si traduce nelle retribuzioni più basse (quando parliamo di livelli manageriali), nell’essere rispettate come  leader o come esperte in una determinata materia. Questo è particolarmente difficile se sei donna; se sei bi-multi-razziale ancora peggio;

fattori autolimitanti che impediscono di comprendere appieno la propria grandezza. Per esempio, la paura del fallimento inibisce la possibilità di molte donne di avviare o gestire la propria attività e questo ha molto a che fare con il tipo di educazione a cui siamo state esposte. Non siamo state cresciute per essere delle leader, per essere assertive, per chiedere ciò che vogliamo, per capire il nostro valore o per capire il tipo di impatto che possiamo avere.

Alla fine dobbiamo convenire che avviare un’attività non è una cosa facile per nessuno, ma per le donne (in particolar modo quelle bi-multi-razziali) la strada è doppiamente difficile dal momento che la dedizione, la perseveranza e la grinta richiesta vengono ostacolate dal razzismo, dalla discriminazione e dalle difficoltà ad accedere al capitale necessario. Sono però convinta che abbiamo dei punti in più su cui lavorare; punti dati, appunto, dalla nostra poliedricità, e dalla capacità di adattarci perfettamente in situazioni diametralmente opposte. La mia esperienza in merito è stata (ed è) piuttosto lineare e particolarmente illuminante e ciò mi ha permesso di stilare un piccolo decalogo esperienziale che desidero condividere con voi.

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Il mio decalogo esperienziale e personale di imprenditrice bi-culturale e bi-razziale:

1) Accettarsi. Accettarsi come donna, come donna bi-multi-culturale e bi-razziale, come fonte di vita. Realizzare che siamo sì un universo piuttosto complicato, ma che la nostra forza, se gestito nel modo giusto, sta proprio in tutto questo. Nella varietà di ciò che significa essere donna e, fortunatamente in quella di poter giostrarsi tra diverse culture.

2) Avere la capacità di ascoltare gli altri, ma, in primis, se stesse (migliorarsi sempre) è il passo fondamentale per creare l’energia sufficiente a darci determinazione, chiarezza di obiettivi, grande versatilità e capacità di visione.

3) Uscire dalla nostra Comfort Zone (alcune di noi ne ha due, qualcun’altra anche di più ….) in modo tale da imparare ad allenare e intersecare le nostre abilità in base alle peculiarità di ogni cultura che ci appartiene.

4) Essere molto flessibili, open-minded ed avere una capacità di programmazione da far invidia al massimo sistema di automazione.

5) Essere in grado di andare contro corrente con consapevolezza; una consapevolezza che risiede nel sapere che nel nostro percorso possono esserci ostacoli, paure ed emozioni da affrontare e gestire, ma che se abbiamo la giusta grinta e determinazione, saremo in grado di superarle ed avere il successo che ci meritiamo. Un successo soggettivo, certo, ma che è il risultato del nostro desiderio di sentirci pienamente realizzate.

6) Avere ben presente qual è la differenza tra essere una leader ed essere una boss. La leadership non è una questione di superiorità nel dirigere, bensì ispirare gli altri a dare il meglio di sé. Tutti, indistintamente, siamo in grado di essere boss, un titolone spiaccicato sulla porta del proprio ufficio o sul biglietto da visita. Pochi sanno essere dei leader, essere la migliore versione di se stessi, essere qualcuno da cui trarre ispirazione.

7) Avere ben presente la differenza tra compassione ed indifferenza. Avere attenzione e cura per i propri collaboratori, conoscere le loro storie personali, essere presente nella loro crescita professionale. Ascoltarli e conversare con loro anziché ignorarli e dar loro ordini.

8) non smettere mai di voler imparare; leggere, informarsi, acquisire nuove tecniche e innovazioni da chi dirigi.

9) Ispirare anziché intimidire. Probabilmente intimidire i propri collaboratori è il modo più semplice per farsi seguire ed ottenere risultati dal proprio personale, ma non porta tanto lontano. Essere un esempio è ciò che rende le persone più produttive, e non l’intimidazione.

10) Guadagnarsi il rispetto non richiederlo. Dirigere non si traduce immediatamente in essere rispettati. Un modo di lavorare leale, coerente ed appassionato è sicuramente un modo per guadagnarsi, oltre che al rispetto, anche apprezzamento ed ammirazione.

 

@Wizzy, EuroAfro Bodhisattva, Businesswoman,  Physical Anthropologist, Freelance researcher of African Studies, culture, tradition and heritage & CEO Dolomite Aggregates LTD.